Largo ai giovani? No, ai meritevoli!

di A. Ballabeni, E. Palescandolo, M. Merighi

 

Se vogliamo un sistema di qualità, la meritocrazia dovrà essere valutata più efficacemente di come lo è ora e soprattutto di continuo. Ovvero, non tutti potranno fare carriera accademica ma solo i più valenti. I soldi per la ricerca dovranno quindi essere veramente destinati solo a chi dimostra di aver avuto buoni risultati negli anni recenti e chi propone progetti interessanti per il futuro. Chi lavora male e non produce dovrebbe cambiare mestiere. I soldi per atenei ed istituti dovranno essere distribuiti premiando veramente i migliori e magari chiudendo qualche centro improduttivo. Negli Stati Uniti, che i dati indicano essere forse il posto con la migliore produzione scientifica, i concorsi universitari in vecchio stile italiano non esistono. Infatti non ce n’è bisogno. Le università statunitensi in genere scelgono ricercatori e professori guardando i loro curricula e facendo lunghe chiacchierate di valutazione. Quando un dipartimento di ricerca ha l’obbligo di ottenere risultati per avere finanziamenti avrà sempre il massimo interesse a scegliere i migliori sul mercato anziché parenti od offerenti favori di varia natura. I selezionati a loro volta saranno costretti a dare il massimo per non perdere la posizione e per ricevere finanziamenti esterni. Inoltre, se un professore dimostra di essere inadeguato all’insegnamento (cosa pensano i suoi allievi di lui?), non vi è ragione perché debba continuare a fare danni o a delegare altri in suo nome. Non vogliamo ora entrare nei dettagli tecnici che il sistema italiano dovrà adottare. Siamo del resto certi che, ci fosse il giusto contesto culturale, metodi di valutazione potrebbero facilmente essere implementati così come in altri parti del mondo. Inoltre, pensiamo che nel lungo periodo il diritto al mercato del lavoro debba essere offerto anche agli over 65. In precedenza ci eravamo focalizzati sul problema culturale della gerontofobia, un male che si manifesta con molte sfaccettature nella società. Avevamo indicato per il mondo del lavoro una direzione verso la quale tendere, quella dell’ abolizione del pensionamento obbligatorio (da accompagnare ovviamente ad altre misure). Nel caso specifico dell’università riteniamo a maggior ragione, vista la peculiarietà della professione accademica, che si debba arrivare in futuro all’abolizione dell’obbligo di ritiro. Agli over 65 meritevoli non si dovranno quindi offrire contratti speciali ma gli stessi contratti e opportunità di competere che si offrono agli under 65. Ovvio che per far questo occorrerà anche armonizzare le condizioni di lavoro, come ad esempio la differenza di stipendio tra inizio e fine carriera. Guardare a quello che fanno altri paesi è sempre utile per imparare delle cose. Allo stesso tempo sarebbe un errore subire acriticamente quello che succede all’estero. Nei paesi del mondo avanzato esistono sistemi universitari disparati e spesso questi sono migliori di quello italiano ma ciò non significa che essi siano perfetti. Sarebbe quindi utile comprendere subito, mentre si assestano i primi colpi agli over 65 immeritevoli (e sarà certamente più facile farlo quando ci sarà una maggioranza parlamentare concorde), a quale sistema si vuole arrivare in futuro. Questo non sarebbe affatto un puro esercizio cerebrale, per due motivi. Il primo è che conoscere gli obiettivi a lungo termine è fondamentale se si ha l’interesse a muoversi da subito nella giusta direzione, evitando così ulteriori perdite di tempo. Il secondo è che la definizione di alcuni principi è fondamentale, a prescindere dal sistema universitario, per stabilire i valori di base che vogliamo per la nostra società. Pensiamo che lo slogan concettualmente ed educativamente appropriato non sia “largo ai giovani” quanto invece “largo ai meritevoli”. Quasi tutti gli accademici lontano dai 65 sono favorevolissimi all’applicazione di una vera meritocrazia sopra quella soglia  . 
Lunedì, 9 agosto, 2010 - 16:24

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