La strage da Amianto e il ritardo delle proibizioni

di Andrea Boggio

 Oggi l’uso è vietato nella maggior parte dei paesi del mondo. Continuano a produrlo: Russia, India, Canada, Brasile, Kazakistan. Picco contagi tra 2015 e il 2020

Nel 2011, la nocività dell’amianto è un fatto noto: tre persone al giorno muoiono a causa di una terribile forma di cancro: il mesotelioma pleurico. L’esposizione alle fibre di amianto provoca infatti numerose malattie dell’apparato respiratorio: asbestosi, cancro del polmone e mesotelioma. Nel passato battezzato come “magica fibra” per il suo basso costo, la sua adattabilità a varie applicazioni industriali e le sue formidabili proprietà di isolamento, l’amianto ha ucciso in miniere ed in fabbriche. La maggior parte dei casi di amianto sono infatti casi di malattia professionale. Recenti dati epidemiologici indicano che l’amianto è la causa di morte di circa un terzo delle vittime di una malattia professionale nel mondo industrializzato. Tuttavia, l’amianto è una presenza ubiqua nelle società industrializzate poiché le applicazioni industriali dell’amianto sono state le più svariate: caldaie, tubi, tetti, freni, guanti. Tra le applicazioni più infelici va certamente ricordato il filtro Micronite, introdotto dalla Kent negli anni 50 e contenente fibre di amianto crocidolite, il più letale di tutti, che avrebbero dovuto proteggere le dita dei fumatori dall’inconveniente calore che ogni sigaretta emana. Di conseguenza, l’amianto ha ucciso e continua ad uccidere anche al di fuori delle mura delle fabbriche. È una situazione dolorosa considerando anche che il picco di patologie da amianto deve ancora venire (è previsto tra il 2015 ed il 2020).
L’uso dell’amianto è vietato nella maggior parte dei paesi del mondo che ne hanno fatto uso. Il legislatore italiano lo ha proibito a partire dal 1992. Eccezioni importanti sono la Russia, l’India, il Canada, il Brasile ed il Kazakistan, che sono tutte nazioni produttrici di amianto. Proibizioni e restrizioni legali sono tuttavia arrivate troppo tardi per prevenire l’epidemia di malattie da amianto. Il ritardo delle proibizioni costituisce, secondo me, una delle pagine più cupe non solo dell’epidemia di malattie da amianto ma anche del modo in cui le società industrializzate hanno permesso al capitalismo di essere una presenza non solo produttiva ma anche devastante. Nel 1926, John Maynard Keynes scriveva che il problema delle società capitaliste è quello di “strutturare una organizzazione sociale che sia efficiente al massimo livello senza però offendere la nostra idea di uno stile di vita che sia soddisfacente.” Essere affetti da mesotelioma o da cancro al polmone è certamente un modo non “soddisfacente” di vivere. In questo senso, la vicenda dell’amianto ha pertanto dimostrato che l’industrializzazione dell’ultimo secolo ha fallito nella attuazione del monito di Keynes.
L’inerzia del legislatore è in gran parte da attribuire alla strategia adottata dall’industria dell’amianto fin dai primi anni del XX secolo. Questa strategia, ampiamente documentata in sede giudiziaria ed accademica, è consistita nell’occultare, negare e annacquare l’evidenza della tossicità dell’amianto. Per decenni, le maggiori aziende produttrici di amianto hanno complottato per tenere il pubblico all’oscuro della nocività della “magica fibra”, occultato dati clinici ed epidemiologici, discretamente risarcito le vittime più insistenti, licenziato medici attivisti, costituito e finanziato centri di ricerca che si sarebbe interamente dedicati a provare che l’amianto non fosse nocivo, mentito al pubblico. Questa strategia ha portato i suoi frutti per più di cinquant’anni durante i quali il pubblico non ha saputo della nocività dell’amianto che pertanto continuava ad essere usato in modo massiccio ed a generare profitti estremamente generosi. Questa strategia si è poi sgretolata pezzo per pezzo a causa della crescente ovvietà che l’amianto è un minerale killer. Solo a questo punto l’Unione Europea, il Parlamento italiano, nonché i legislatori di tanti altri paesi industrializzati, ha agito proibendo e limitando significantemente l’uso dell’amianto. Allo stesso tempo, migliaia di vittime in molti paesi industrializzati hanno cercato e spesso ottenuto risarcimenti per aver contratto una malattia causata dall’amianto, come nel caso dello storico processo che si sta svolgendo a Torino in questi mesi. Sebbene legalmente giustificati e moralmente necessari, gli indennizzi per malattia da amianto sono solo una risposta parziale al problema del lato oscuro del capitalismo: le vittime sono spesso decedute o gravemente ammalate; i loro famigliari sono alla ricerca di un senso di giustizia che il sistema legale ripara in modo parziale; le aziende produttrici di amianto sono state smantellate, smembrate e ristrutturate in modo tali per cui agli azionisti di oggi si può difficilmente imputare la mala fede e colpa degli azionisti di un tempo.
La vicenda dell’amianto impartisce a noi cittadini del XXI secolo molte lezioni: ci insegna a non dimenticarci che i nostri sistemi legali e giudiziali sono più adatti a svolgere funzioni rimediali piuttosto che preventive di certe condotte dolose e colpose, ad essere vigili sugli effetti di nuove e miracolose tecnologie, soprattutto se essenzialmente gestite da soggetti provati con fine di lucro, ed a non abbandonare le persone più vulnerabili e le fasce più deboli della nostra società. Il dilemma che Keynes ci ha posto nel 1926 è quanto mai contemporaneo: la giustizia deve non essere non solo un ideale ma deve anche tradursi in pratiche sociali che non offendano i nostri ideali.

 

Mercoledì, 6 aprile, 2011 - 15:23

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