Un libro ben scritto ha la capacità di creare un contatto intellettuale e potenzialmente un dibattito. Mi piacerebbe che il linguaggio della politica passasse alla concretezza di un discorso che affronta il vissuto delle persone. Nel mondo dei media italiani si tende a riproporre cose che il lettore già conosce; si tende a non voler destabilizzare.

La scintilla del libro, antidoto agli stereotipi

intervista di Andrea Bergamini a Martina Testa

 

 Da alcune settimane è la casa editrice sugli scudi grazie alla brillante idea di far dialogare in un solo libro due tra i più importanti e redditizi scrittori italiani, Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri. Con “Acqua in bocca”, dopo anni passati a conquistarsi credibilità e attenzione, la casa editrice romana Minimum Fax (già editore di Carver e più recentemente di Richard Yates, l’autore di Revolutionary Road), ha toccato le vette della classifica di vendita dei libri. Direttore editoriale è Martina Testa, una delle anime della casa editrice da un decennio, unanimemente considerata tra i più competenti traduttori italiani di lingua inglese. Tra gli altri ha tradotto David Foster Wallace, Charles D’Ambrosio, Kurt Vonnegut, Cormac McCarthy.
Per come la concepisci o la realizzi tu, su quali valori si fonda o quali valori esprime l’esercizio e la pratica del lavoro editoriale? Vivo il lavoro editoriale con uno spirito più di missione che di impresa. Per come la vedo io pubblicare dei libri, spingere le persone a leggerli, sono attività che vanno al di là del semplice fatto di vendere dei libri. Anzi, in maniera del tutto utopistica, vorrei quasi che non ci fosse un mercato, che i libri non fossero merce di scambio, che idealmente fosse un’attività da compiere gratuitamente. Ovviamente ciò non è possibile. Minimum Fax pubblica soprattutto libri di narrativa contemporanea e un po’ di saggistica che si concentra sulle le arti – cinema e musica - e in anni più recenti anche di saggistica di politica e attualità. Il nostro obiettivo è proporre dei libri che riescano ad arricchire chi li legge, ad assicurare loro una prospettiva inedita. Pubblichiamo romanzi che possano far vedere al lettore il mondo in una maniera non banale, magari diversa da quella più stereotipata, che presenta oggi la televisione in particolare, ma anche molto cinema. Credo, peraltro, nel valore etico della scrittura e della parola. Penso che un libro ben scritto, anche se non ha “un messaggio politico” diretto, per il solo fatto di riuscire a creare una comunicazione, tra le idee, i sentimenti e i contenuti della testa di chi scrive e il contenuto della testa di chi legge, ha la capacità di creare un contatto intellettuale e potenzialmente un dibattito. Può, insomma, spronare a vedere le cose in maniera diversa da quello che si pensava. Oppure, ha la capacitò dire con parole nuove, diverse, particolarmente efficaci ed azzeccate qualcosa di cui noi avevamo una percezione, che sentivamo in maniera confusa, e che vediamo espressa in una maniera che ci tocca. Questo tipo di cortocircuito, di scintilla, che si crea tra menti diverse, possiede un valore di comunicazione profonda e di stimolo a nuove idee e nuove attività. Mi piace pensare che pubblichiamo libri che non lasciano il lettore identico a come l’abbiamo trovato, libri che lo emozionano, che in qualche maniera lo cambiano, lo fanno appassionare a un certo tema o a un certo modo di scrivere e gli ampliano i punti di vista. A questo valore, che evoca soprattutto la comunicazione e il dialogo, aggiungerei la cura, l’attenzione e la competenza. Sono valori che ci imponiamo e che ci auguriamo di realizzare nel nostro lavoro, consapevoli che l’ improvvisazione è contagiosa, e sul piano culturale, fonte di veri e propri disastri intellettuali.
Questi valori che hai elencato sono in competizione o assecondano i valori dominanti del Paese? Sono sicuramente dei valori condivisi dalle persone con cui lavoro e sono condivisi anche dal mondo editoriale con cui mi trovo a lavorare. Ci sono interlocutori in altre case editrici in Italia e all’estero che vivono il lavoro editoriale in maniera identica. Temo che siano una minoranza all’interno dell’editoria e, allargando lo sguardo, anche all’interno della società italiana o del mondo dei media o della comunicazione, dove invece mi sembra che l’istanza di generare senso critico o di incoraggiare posizioni originali, di mettere in discussione il già dato, trovino scarso consenso. Si tende a riproporre cose cui il lettore o il fruitore di uno spettacolo, o di una mostra, sono già abituati. Si tende a riproporre cose che il lettore già conosce, che già immagina. Si tende a non voler sorprendere, a non voler destabilizzare.
 Le vostre scelte editoriali e culturali tendono a costruire un’isola difensiva oppure siete ancora convinti di poter intervenire sul contesto più complessivo? Lavoro non pensando di fare dei libri per pochi che la pensano come me. Non vorrei parlare all’interno di una piccola cerchia di già convertiti, di persone che hanno il mio stesso modo di vedere, appassionati di letteratura o di cinema. Il mio tentativo è quello di interessare al tipo di narrativa che mi piace, ai temi che trattano i nostri libri, un pubblico più ampio. Che io riesca o meno a fare questo è difficile da giudicare.
Però l’obiettivo è quello di incidere su un contesto più ampio, giusto? Senz’altro. Tra l’altro a prescindere dallo specifico letterario, ci preme e mi preme come operatore culturale creare degli spazi di aggregazione per le persone.
 Quali sono le tue principali appartenenze? Le mie appartenenze non sono geografiche. Io sento un’appartenenza politica a un’idea di sinistra che esprima valori di solidarietà, di integrazione, di resistenza al capitalismo e al liberismo, un’istanza forte di collettività.
Con i tuoi colleghi avverti uno spirito di appartenenza? Sento uno spirito di appartenenza con i colleghi di Minimum Fax, che è anche un po’ la mia famiglia, però questo non mi impedisce di sentirmi parte di qualcosa, di cui fanno parte altri miei colleghi di Einaudi o di Faber & Faber in Inghilterra. Mi sento parte di un mondo dell’editoria, di quella zona dell’editoria che condivide con me certi valori. Non mi sento vicina all’amministratore delegato di Mondadori, ma mi sento di combattere la stessa battaglia con Edorardo Brugnatelli, l’editor di Strade Blu (Mondatori) che ha imposto negli anni una narrativa americana intraprendente, originale, sovversiva. Mi sento parte di un gruppo di persone che fanno il mio lavoro nella stessa maniera, ognuno con le proprie specificità.
Come ti rapporti con chi preferisce la pratica della solitudine? Io lavoro con scrittori italiani solo da un anno e mezzo. Prima mi sono sempre occupata della letteratura straniera. Non ci sono stati spesso casi di frizioni o tensioni o fratture con gli scrittori. In genere gli scrittori con cui lavoriamo si fanno coinvolgere in uno scambio di idee. Condividono abbastanza il nostro modo di fare editoria e di vivere in Italia oggi. Non dico che abbiamo tutti il cervello fatto nello stesso modo, però devo dire che raramente mi è capitato uno scrittore arroccato su posizioni molto diverse dalle nostre.
Provi fascino per l’anomalia? Sì. Mi interessa ciò che mi sorprende, che non è consueto. Però è anche vero che oppongo con facilità resistenza a ciò che sul momento mi appare lontanissimo da me.
Ritieni che forma della narrativa possa essere utile nel discorso pubblico? Mi piacerebbe che il linguaggio della politica cambiasse e dallo stile del proclama o dell’enumerazione di problemi, dall’astrattezza, passasse alla concretezza di un discorso che affronta il vissuto delle persone, che abbia dentro una componente di vita, di storia, di linguaggio idiosincratico, personale. Mi piacerebbe sentire un politico che parli da persona vera e reale e che non assomigli a un tazebao. Ho appena finito di tradurre un libro di saggi su Obama, nel quale si sottolinea come lo stesso Obama sia riuscito a ribaltare la modalità retorica tipica dell’uomo di potere. Io credo molto nel narratore come “inventore” o “artefice”, “demiurgo” di un mondo narrativo. Mi piace l’idea che anche un politico possa immaginarsi come “creatore”.
 Sul piano dell’oratoria c’è un politico che ti sembra interessante? Obama, appunto. Mi ha colpito di recente Giuseppe Civati del PD lombardo. Mi sembra un politico che abbia un rapporto con la realtà e il mondo rispetto alla media del politico da talk-show che va per battutine o per frasi fatte.
Come è cambiata la tua nozione di intellettuale nel corso degli anni? A diciotto anni avevo una visione più idealistica. Pensavo che l’intellettuale fosse un puro, animato da certe idee, che avrebbe illuminato con la luce della Ragione la strada per il popolo. Invece il lavoro e l’esperienza editoriale mi hanno mostrato che spesso gli intellettuali sono meschinamente attratti dalle beghe da salotto, sono anche un po’ invidiosi. Sono abbastanza sfiduciati sulle proprie concrete possibilità di incidere.
Qual è la tua idea concreta e ideale di intellettuale? Innanzitutto per me un intellettuale è una persona all’altezza professionalmente, che non parli di ciò che non sa, che non metta bocca tanto per dire che ha messo bocca, che abbia della sostanza reale, che non si nasconda troppo. Per me una figura positiva è quell’intellettuale che si apre agli altri, che metta idee in circolo.
 Mi fai un esempio di prepotenza o di prevaricazione culturale? Non è proprio una prevaricazione. Mi ha fatto rabbia il modo in cui la figura di Roberto Saviano sia stata sfruttato dalla sinistra, ridotta a piccola icona, a speaker, a bandiera, diluendone la forza. Penso si potesse valorizzare in maniera diversa, invece di farne un santino da chiamare in causa anche quando muore Taricone o quando si deve parlare della nazionale di calcio. Ho l’ impressione si sia fatta la stessa cosa con Paolo Giordano. Nel momento in cui vende molte copie, Giordano diventa immediatamente “il giovane scrittore italiano”. E’ un processo di iconizzazione e banalizzazione, per cui anche qualcosa cosa che ha un suo valore finisce per perderlo.
 
 Martina Testa è direttrice editoriale della casa editrice Minimum Fax, unanimemente considerata tra i più competenti traduttori italiani di lingua inglese. Tra gli altri ha tradotto David Foster Wallace, Charles D’Ambrosio, Kurt Vonnegut, Cormac McCarthy Intervista a Martina Testa, Direttrice editoriale di minimum fax.
Lunedì, 9 agosto, 2010 - 19:06

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