Da Sulmona e Rebibbia LA TESTIMONIANZA DI UN DETENUTO MALATO

La salute dimenticata dietro le sbarre

Savio Mario

Un detenuto racconta la sua epopea per vedere garantito il suo diritto alla salute tra la burocrazia di carceri e ospedali

Mi chiamo Savio Mario, sono di Napoli e ho 55 anni. Sono recluso da circa sedici anni e gli ultimi sei li ho trascorsi nel carcere di Sulmona dove pochi mesi fa mi è stata riscontrata una cirrosi in fase evolutiva con dei noduli epatici; fino a sei mesi fa io stavo bene, facevo un’ora di ginnastica al giorno, mangiavo di tutto, poi all’improvviso sono cominciati i problemi perché ho cominciato a gonfiarmi: si notavano lo stomaco e le gambe gonfie e nere. Allora mi sono allarmato e sono andato dal dottore, il quale mi ha visto e ha capito subito che si trattava di un problema epatico. Questo urologo in sezione si vedeva poche volte perché stava all’infermeria di Sulmona.

Premetto che io nel corso degli anni in carcere ho sempre fatto delle analisi per tenere sottocontrollo la mia situazione; sono venuto a conoscenza che già due anni prima c’erano dei segnali molto evidenti di questa evoluzione epatica perché i valori, dalle analisi, risultavano tutti alterati, però per due anni nessuno mi ha detto niente e non mi hanno dato nemmeno una pillola. Alla fine sono arrivato al punto che ho iniziato a gonfiarmi. Ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato un epatologo, il quale ha detto che io dovevo andare subito in ospedale, in un reparto specializzato, in quanto la mia situazione era abbastanza critica, perché la maggior parte delle funzioni epatiche erano compromesse, avevo un vero scompenso epatico. Abbiamo fatto richiesta al magistrato di sorveglianza e al direttore per essere condotto in ospedale tramite il mio avvocato di fiducia. Ho avuto una risposta dal magistrato di sorveglianza su relazione del dirigente sanitario che diceva che a Sulmona potevo starci benissimo in quanto la situazione era gestibile.

Appena dopo una settimana io mi sono sentito ancora male, ho avuto febbre, vomito; mi hanno portato in infermeria dove era presente il dirigente sanitario che una settimana prima aveva detto che loro potevano gestire la situazione, mentre subito in quel momento ha fatto un fax al magistrato di sorveglianza dicendo ‘questo qui qua non può stare, deve andare in un ospedale’; dopo quattro giorni mi hanno fatto una base di ricovero per l’ospedale Spallanzani, sono arrivato qui a Rebibbia il 10 luglio, l’11 luglio dovevo andare allo Spallanzani ma credo che per il fatto che non c’erano posti, mi hanno portato al reparto detenuti dell’ospedale di Belcolle. Fortunatamente lì ho trovato dei medici competenti perché nel giro di quindici giorni hanno ricompensato questo scompenso epatico e poi mi hanno mandato di nuovo qui a Rebibbia in attesa di andare di nuovo allo Spallanzani per fare una visita in quanto i dottori dell’ospedale Belcolle ritengono che la mia sia una situazione critica al punto tale da fare un trapianto di fegato, in quanto tutto il fegato è stato compromesso poiché ci sono anche quattro noduli che in qualche modo devono essere eliminati.

Praticamente io sono partito da Sulmona con il sospetto di una cirrosi, al Belcolle oltre alla conferma della cirrosi c’è stata qualche sorpresa in negativo perché la situazione è ancora peggiore di quella che sospettavano a Sulmona. Quindi non ho capito bene come facevano a dire a Sulmona che potevano gestire bene la mia situazione. Comunque adesso mi trovo qui al carcere di Rebibbia perché ieri, dopo due mesi, sono andato a farmi questa visita allo Spallanzani, però la visita completa non l’ho potuta effettuare perché mancavano delle corse nella cartella clinica. Insomma la situazione è sempre quella lì, che uno quando è detenuto è sottoposto a troppe cose burocratiche e quindi si compromette tutto: se uno già sta già in una condizione precaria di salute, nei mesi la situazione va a peggiorare.

Io qui praticamente al carcere di Rebibbia non faccio nulla, sono 24 ore su 24 chiuso in cella. Anche ho avuto attacchi febbrili, vomito e delle complicanze perché io sono in un ambiente dove non possono trattare la mia malattia. Come me ce ne sono tantissimi, chi per una patologia, chi per un’altra. Il carcere non è il luogo adatto per una persona che non sta tanto bene di salute. Poi tutte le altre cose non spetta a me dirle.

*Savio Mario
Detenuto napoletano di 55 anni; ha partecipato all’ultimo congresso online dell’Associazione Luca Coscioni per raccontare la sua storia di malasanità nel carcere di Sulmona; è stato costretto al trasferi-mento nelle strutture detentive e ospedaliere romane per combattere gravi patologie epatiche.
 

Martedì, 18 maggio, 2010 - 16:01

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