La ricerca sul rogo della politica

di Marina Valle

 Dieci anni fa le cellule staminali erano la frontiera che avrebbe portato alla medicina rigenerativa. I risultati sembravano vicini, ma non è stato così. La strada è stata lunga e complessa, anche se negli anni ha portato a numerosi risultati e alla possibilità di coltivare in laboratorio tessuto come pelle e cartilagine, mucose. Si tratta di test condotti su animali e cure per l’uomo sono ancora lontane. Si è imparato a identificare le staminali, ad esempio quelle che generano alcune forme di tumore; si è riusciti in molti casi a “risvegliare” quelle che si trovano latenti in alcuni organi e tessuti; sono stati identificati numerosi geni e fattori di crescita che le attivano o le bloccano, controllandone lo sviluppo. Un primo test su pazienti colpiti dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) ha avuto recentemente l’ok negli Stati Uniti, nella Emory University della Georgia, ma l’attesa prima di una risposta sarà ancora molto lunga.

Tanti risultati, ognuno dei quali è un piccolo passo in avanti, raccolti lungo una strada difficile e spesso ostacolata dalle obiezioni etiche e politiche. All’inizio tanto la ricerca sulle cellule staminali derivate dagli embrioni quanto quella sulle cellule derivate dai tessuti adulti erano considerate ugualmente interessanti e utili per comprendere come una cellula immatura si sviluppa da uno stato indifferenziato fino a diventare una cellula specializzata del tessuto osseo o muscolare, del cervello, della pelle o del sangue. La maggior parte dei ricercatori la pensava così anche in Italia. Molto rapidamente, però, le cose sono cambiate e la ricerca sulle cellule embrionali è stata oggetto di violente polemiche di carattere etico e politico, i finanziamenti pubblici sono stati assegnati esclusivamente alla ricerca relativa sulle staminali adulte ed è diventato estremamente difficile, se non impossibile, continuare a lavorare per i ricercatori onestamente convinti della necessità di studiare sia le staminali embrionali sia le adulte per individuare quale delle due strade sarebbe stata la migliore.

In una situazione molto diversa, anche negli Stati Uniti la vita dei ricercatori che intendevano studiare le staminali embrionali non è stata facile. Il decreto del 9 agosto 2001 firmato dall’allora presidente George W. Bush limitava la possibilità di fare ricerca sulle staminali embrionali con fondi pubblici alle poche decine di linee cellulari di questo tipo già disponibili. La direttiva Bush è stata rimossa il 9 marzo 2009 dal presidente Barack Obama, che ha dato mandato ai National Health Institutes (Nih) di presentare linee guida per garantire una “ricerca responsabile e scientificamente valida sulle cellule staminali umane, incluse quelle embrionali, nei limiti permessi dalla legge”.

Nel frattempo, nella ricerca sulle staminali era intervenuto un nuovo protagonista: nel 2006 il gruppo giapponese diretto da Shinya Yamanaka, dell'università di Kyoto, aveva scoperto che un cocktail di quattro geni riusciva a far regredire nello sviluppo una cellula adulta. Grazie a questo passaggio diventava possibile utilizzare le cellule staminali adulte per ottenere cellule pluripotenti, capaci cioè di svilupparsi in più direzioni, anche se non in tutte. Numerosi gruppi, anche in Italia, hanno comunicato a studiare queste cellule, chiamate Staminali pluripotenti indotte (Ips).

È stata una novità importante, ma non ha cambiato sostanzialmente il quadro nel quale la ricerca sulle cellule staminali si è mossa fin dai suoi inizi. In sostanza si è sempre pensato che per modificare il destino di una cellula non si potesse fare a meno del passaggio attraverso uno stadio indifferenziato simile a quello embrionale: solo tornando ad essere pluripotente, ossia in grado di svilupparsi in più direzioni, una cellula avrebbe potuto cambiare identità. Qualcosa di potenzialmente rivoluzionario è invece accaduto in questi giorni. Il gruppo dell’università californiana di Stanford coordinato da Marius Wernig ha dimostrato, in un articolo su Nature, che è possibile trasformare una cellula adulta in una cellula di tipo diverso, evitando di riportarla indietro nel tempo fino allo stadio indifferenziato. Cellule della pelle prelevate da topi sono state trasformate in neuroni in grado di trasmettere segnali nervosi. I ricercatori le hanno chiamate Neuroni indotti (In) e le hanno ottenute immergendo per 12 giorni le cellule della pelle in un cocktail di tre geni.

Il mondo della ricerca è già in fermento per riuscire a riprodurre il risultato , che promette di essere un salto verso la medicina rigenerativa, con ricadute importanti per alcune malattie neurologiche. Poter riprogrammare direttamente una cellula in un’altra sarebbe un traguardo notevole. È vero che potrebbe far finire in cantina la ricerca sulle staminali, ma va ricordato che è stato possibile arrivare a questo punto grazie a dieci anni di ricerca sulle “cellule bambine”. 

Venerdì, 26 Febbraio, 2010 - 13:29

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