Neuroscienze/3 

La persona neuronale è veramente sveglia!

di Kathinka Evers

Il XXI secolo ha visto un rapido sviluppo della neuroscienza e la nascita di una nuova disciplina accademica: la neuroetica, ossia il tentativo di spiegare una parte del giudizio morale in termini di neurobiologia. È bene distinguere anzitutto tra neuroetica fondamentale, ossia la ricerca su come la conoscenza dell’architettura funzionale del cervello e la sua evoluzione ci possano aiutare a capire meglio il pensiero e il giudizio morale, e la neuroetica applicata, che affronta le questioni etiche sollevate dalle nuove tecniche di neuroimaging, dal miglioramento cognitivo o dalla neurofarmacologia.

La neuroetica genera tanta speranza quanta apprensione; la consapevolezza storica è essenziale per determinare la natura e la ragion d’essere di questa nuova area di ricerca. Obiettivo di questa presentazione è presentare la neuroetica assieme ad un modello dinamico del cervello e della mente umana su cui essa possa proficuamente essere costruita. Storicamente, minacce alla libertà scientifica sono venute da forze politiche e religiose. È noto che le scienze della mente per secoli sono state ostacolate da dogmi cattolici, come quello dell’immaterialità dello spirito dell’uomo. Tuttavia, nel corso del XX secolo, le principali minacce a questa parte dello sviluppo scientifico non sono venute dal potere religioso, bensì dalla scienza stessa.

Quando, dopo molto tempo, alla fine del XIX secolo, la scienza della mente è stata finalmente libera di studiare il cervello e la mente umana, essa ha sviluppato però la psicofobia. Le teorie scientifiche sulla natura umana e la mente nel XIX e XX secolo si sono a volte imbattute in due principali trappole: quella del “dirottamento” ideologico e quella della psicofobia, nelle forme dell’ingenuo eliminativismo e dell’ingenuo cognitivismo. Per non cadere in queste trappole la neuroetica deve costruire solide fondamenta filosofiche e scientifiche di un materialismo informato che adotti una visione evolutiva della coscienza come una parte irriducibile della realtà biologica, quale funzione sviluppata del cervello e adeguato oggetto di studio scientifico; riconosca che un’adeguata comprensione dell’esperienza soggettiva consapevole deve tener conto sia dell’informazione soggettiva, quale risultante dall’auto-riflessione, sia dell’informazione oggettiva ottenuta attraverso osservazioni psicologiche e anatomiche e misurazioni; rappresenti il cervello come organo, consciamente e inconsciamente, autonomamente attivo, plastico, proiettivo e narrativo che si è evoluto in una simbiosi socio-culturalebiologica; infine consideri l’emozione come garanzia della coscienza.

Le emozioni risvegliarono la materia e la resero capace di produrre una mente dinamica, flessibile e aperta. La persona neuronale, così come delineata dal materialismo informato, è veramente sveglia, nel senso più profondo della parola. La rilevanza della neuroscienza nello spiegare l’evoluzione del pensiero morale presuppone un modello della mente e del cervello che tenga conto della variabilità, delle emozioni e del pensiero creativo. Secondo il materialismo informato, il cervello è un sistema selezionale variabile in cui i valori sono incorporati come costrizioni necessarie. Dal punto di vista biologico, non c’è creatura con un cervello che nasca senza valori; essa è neuro-biologicamente predisposta a sviluppare questi svariati e complessi sistemi valoriali che la rendono capace di funzionare nei suoi ambienti fisici e naturali. In questo modello, la propensione naturale ad emettere giudizi morali e la capacità di fare scelte morali libere e responsabili non solo è logica e sensata, ma è biologicamente inevitabile in individui sani, adulti.

Quanto la neuroscienza sia rilevante per l’etica sia da un punto di vista teoretico che metodologico sta emergendo con decisione e rapidità. Secondo la teoria dell’epigenesi neuronale, le strutture socio-culturali e neuronali si sviluppano in simbiosi ed hanno rilevanza causale reciproca. Infatti, l’architettura dei nostri cervelli determina il nostro comportamento sociale, incluse le nostre disposizioni morali, che influenzano il tipo di società che costruiamo, e, viceversa, le strutture socioculturali influenzano lo sviluppo dei nostri cervelli. Ciò è compatibile con la posizione per cui le norme non possono essere logicamente derivate dai fatti se non a costo di cadere nella cosiddetta “fallacia naturalistica”. La principale sfida della neuro-etica fondamentale è decifrare questa rete di connessioni causali tra prospettive neurobiologiche e socio-culturali e determinare i valori “universali” pre-specificati nel nostro genoma, e condivisi dalla specie umana, distinguendoli da quelli che sono dati da una certa cultura o sistema simbolico. La “fallacia” dell’approccio naturalistico si trasforma così in responsabilità.  

Lunedì, 14 giugno, 2010 - 17:34

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