"La mia lotta non si ferma"

di Maria Antonietta Farina Coscioni

  Caro lettore di “Agenda Coscioni”, forse sarà proprio il 20 febbraio, quando sfoglierai questo numero della rivista, quando leggerai queste righe. Il 20 febbraio di cinque anni fa Luca, a cui l’”Agenda” e l’Associazione esplicitamente si richiamano, ci lasciava, stroncato da una malattia neuro-degenerativa a tutt’oggi inguaribile, la sclerosi laterale amiotrofica.  “La sua arma è la ragione, il suo unico obiettivo la difesa della dignità umana”, scrisse di Luca il premio Nobel José Saramago. Dignità: di questo parla la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità; parla di autonomia e di indipendenza, di piena e effettiva partecipazione - e inclusione - nella società; di rispetto delle differenze delle persone con disabilità. E’ quello per cui prima Luca, poi anche Piergiorgio Welby, Giorgio Nuvoli e tutti noi del Partito radicale e dell’Associazione Luca Coscioni ci siamo battuti e ci battiamo: la libertà di ricerca scientifica, che va di pari passo con la conquista, la difesa e l’ampliamento dei diritti civili, dei diritti sociali.

 Diritti continuamente minacciati da quel grande partito di cui il centro-destra berlusconiano (ma non solo) è il braccio armato: un “partito” che ha fatto dell’arroganza e dell’intolleranza, dell’ottusa chiusura dogmatica e antiscientifica, la sua cifra costitutiva e costituente. Nell’ambito della mia attività ispettiva di parlamentare, ho presentato circa settecento interrogazioni, quasi tutte seguono le linee di quella che è un po’ la “bandiera” della nostra associazione: “Dal corpo del malato, al cuore della politica”. La stragrande maggioranza sono rivolte al ministro della Salute, al ministro delle Politiche Sociali per la tutela del diritto alla salute.  Chiedo conto delle condizioni sanitarie del mondo degli ospedali e delle aziende sanitarie, degli incredibili sprechi nella Sanità e nell’assistenza, delle questioni legate alla libertà di ricerca scientifica, ostacolata nel nostro paese in ogni modo. Le questioni per esempio sollevate tra la generale indifferenza della classe politica da tre ricercatrici di cui questo paese dovrebbe esser fiero: Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, che sono state costrette a presentare ricorso, per opporsi alla decisione del governo di escludere le cellule staminali embrionali umane dal bando di finanziamento nel campo della biologia delle cellule staminali; e accadeva proprio mentre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmava il provvedimento che revocava il precedente divieto imposto dal predecessore George W. Bush, che in omaggio a una visione ideologica e fondamentalista escludeva quel tipo di ricerca dai finanziamenti statali.  I veti del centro-destra alla libertà di ricerca ci hanno reso ridicoli di fronte alla comunità scientifica internazionale. L’autorevole rivista “Nature” ha giustamente sottolineato che “escludere le cellule staminali embrionali è contrario alla libertà di ricerca sancita dalla Costituzione”; e non ha mancato di sottolineare il paradosso costituito dal fatto che l’uso della ricerca delle linee cellulari staminali già derivate dagli embrioni umani in Italia è legale.  L’Italia con il suo “fare” e soprattutto con il suo “non fare” contraddice una regola fondamentale: quella che vuole la libertà di ricerca, la scuola e l’educazione alla base di qualsiasi società che voglia progredire e assicurare benessere ai propri cittadini. E’ completamente disatteso quanto contenuto nel Rapporto della Commissione Europea dell’aprile 2003, e nel secondo Rapporto della Commissione Dulbecco sulle cellule staminali, voluta da Umberto Veronesi quand’era ministro della Salute; in quei due rapporti si sostiene che il settore delle cellule staminali è uno dei più promettenti nel campo delle biotecnologie, e che potrebbe condurre a importantissimi risultati nella cura delle malattie cardiovascolari, delle patologie del sistema nervoso, del diabete e di altre malattie. E’ recente la notizia che negli Stati Uniti le ricerche in questo campo cominciano ad essere effettuate su pazienti-cavie. Compito della politica e dei politici dovrebbe essere quello di assicurare e garantire mezzi, risorse, strumenti, opportunità. Sarebbe politica saggia, accorta, oltre che di doverosa misericordia, perché investire nella ricerca è sempre produttivo: sono infinite le applicazioni nel campo delle diverse sperimentazioni terapeutiche: dalla fibrosi cistica, all'AIDS, dalla malattia di Gaucher ad alcune malattie tumorali. Nei paesi più liberi e sviluppati, scienza e scienziati sono considerati indispensabili motori dello sviluppo economico e civile. In Italia accade il contrario; si possono fare mille esempi: dalla legge 40 sulla fecondazione assistita, ai tentativi di censura verso l'insegnamento dell'evoluzionismo; e l’incessante azione delle gerarchie vaticane, che impongono allo Stato leggi contrarie ai valori e ai diritti riconosciuti da almeno due secoli come universali. Oggi,  come al tempo di Galileo e Giordano Bruno, la scienza è considerata pericolosa, un pericolo. La storia insegna che gli scienziati hanno sempre dovuto affrontare confronti e divergenze con esponenti della politica o della religione, ma mai come ora si è assistito a una così diffusa avversione pregiudiziale verso la scienza. Lo ha ben colto Gilberto Corbellini, quando scrive che “negli ultimi decenni sembra diventato un luogo comune l'idea che la ricerca scientifica e le sue implicazioni tecnologiche incarnino una pericolosa hybris conoscitiva, disposta a sfidare qualunque limite morale, e insensibile ai rischi che tali attività comporterebbero per l'ambiente naturale, la salute dell'uomo e la convivenza democratica”. Occorre però insistere, ostinati e caparbi. Ed è motivo di consolazione e speranza vedere che siamo in tanti impegnati in questa fondamentale lotta di progresso e civiltà.

Giovedì, 3 Febbraio, 2011 - 12:46

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