La manovra che non capisce la disabilità

di Gustavo Fraticelli

 

Le recenti vicissitudini subite della norma sui disabili inserita nella recente Manovra Finanziaria “imposta” al Governo dai tecnocrati di Bruxelles, appellati così, evidentemente, perché i nostri governanti non possiedono nemmeno un pallottoliere per far di conto, è stata uninteressante cartina di tornasole delle consolidate anomalie di questo Paese sotto molteplici aspetti. Prima tra tutti vi è stata la martellante prospettazione mediatica come lotta ai “falsi invalidi, dellanodina, per le casse del Paese, dellodioso innalzamento dal 74% all85% della percentuale dinvalidità civile per poter percepire l'Assegno mensile di Assistenza di € 256 circa destinato ai disabili indigenti ed non collocati al lavoro”, che, di tutta evidenza, poco attiene al merito della specifica misura. Oltretutto il dato enfaticamente strombazzato dal Ministro Tremonti a sostegno della lotta ai “falsi invalidi”, vale a dire circa 2,7 milioni di disabili, è falso, perché in realtà lo stesso rappresenta il numero delle prestazioni erogate dallINPS a vario titolo alle persone con disabilità nel 2009, che molto spesso sono più di una a favore del medesimo soggetto. Per cui quel 2,7 milioni si riduce in termini di persone a 2 milioni, a fronte del dato assoluto delle persone disabili in Italia che, come si può evincere dal rapporto ISTAT “La disabilità in Italia Periodo di riferimento: Anni 2004-2005”, ammontavano già nel periodo preso in esame a 2,6 milioni, il 4,8% della popolazione italiana. Il che vuol dire che una cospicua parte delle persone con disabilità è priva di welfare. Da notare, inoltre, che tale percentuale risulta essere di molto inferiore a quella stimata a livello dellUnione Europea, che è del 12% di persone disabili rispetto alla popolazione europea. Nonostante questa clava mediatica fuorviante, in sede di conversione in legge della manovra, la maggioranza ha presentato un emendamento relativo allassegno mensile di assistenza, per la cui soglia per la concessione resta elevata all85% di invalidità, ma prevede, come deroga, che continui ad essere concesso ai soggetti disabili con la vecchi soglia del 74% di invalidità, solo se essa dipende da una specifica patologia e non da multiple. Questo ha rappresentato, oltre ai profili di eventuale disparità a livello costituzionale, lennesimo tentativo da parte del Governo di dettare dimperio valutazioni tecniche proprie dei medici, come del resto già tentato con la legge sulla fecondazione assistita. Infatti le attuali tabelle delle patologie invalidanti, riportate nel decreto del ministero della sanità del 1992, sono delle linee guida, ai fini di una mera valutazione tecnico-sanitaria atta a stabilire la gravità delle patologie che determinano la non abilità del soggetto che ne è affetto e quindi il suo svantaggio sociale. La citata metodologia valutativa della patologia in termini dinamici è mutuata, anche formalmente, dal citato decreto ministeriale, dalla classificazione dellOMS, nota come ICIDH (International Classification of Impairment Disabilities and Handicaps) del 1980, il cui criterio generale non può non prescindere necessariamente da una valutazione complessiva e globale dello stato patologico del singolo soggetto, al fine di poterne determinare la disabilità e quindi gli handicap correlati. Dopo tutto quanto spiegato sopra, la vicenda di questa norma ha avuto il suo epilogo con il solito governativo “come non detto nulla, tutto come prima”, che poi in termini generali anche non legati alla disabilità, sembra essere lambizione massima al mantenimento dello “status quo” di tutto un Paese, che viceversa, avrebbe bisogno urgente di seri cambiamenti, anche nel campo dei disabili. Infatti lattuale tanto misteriosamente ambito “status quo” evidenzia una sperequata dualità del sistema di welfare relativo ai disabili, tra prestazioni previdenziali a favore di chi lavora o ha lavorato, il cui livello economico, tutto sommato, è adeguato, e le prestazioni meramente assistenziali a favore degli inoccupati e degli inabili al lavoro, il cui livello economico, viceversa, è scandaloso. Pertanto anche il welfare dei disabili deve essere ripensato come mera variante di quello generale, sul modello dinamico, tipo quello del “welfare to work”, che consentirebbe, da un lato, di rendere economicamente più congrui i sussidi vari per i disabili inabili al lavoro e dall'altro lato dovrebbe incentivare l'occupazione dei disabili che possono lavorare, trasformando le varie esenzioni dallobbligo datoriale di rispettare le quote di legge nelle assunzioni dei disabili, in riduzione del cuneo fiscale. Lavoro che rappresenta anche un potente mezzo di conquista di autonomia dei disabili che, oggettivamente, nel bene e nel male, sono particolarmente condizionati dal “familismo” che in Italia sta riprendendo vigore generale come attestato dal noto fenomeno conosciuto come “i bamboccioni”. Inoltre tale approccio essendo di “sistema” sarebbe del tutto coerente alla snodo fondamentale di partenza per dare contenuti reali ai diritti delle persone con disabilità, costituito dalla battaglia sui LEA/Nomenclatore protesico, alla quale sono mirate le iniziative nonviolente di Maria Antonietta Farina Coscioni. 
Lunedì, 9 agosto, 2010 - 15:34

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