La libertà erosa dalla paura

Andrea Bergamini

Un’analisi del giorno d’oggi attraverso gli occhi di una giovane scrittrice che racconta l’erosione della libertà, la paura adolescenziale e le differenze di genere

 

Elena Stancanelli è una scrittrice attrezzata e anomala, con la smania di conoscere la propria vita e anche quelle altrui. Ed è forse anche per questo che dopo gli apprezzati esordi narrativi di Benzina (1998, Einaudi) e Le attrici (2001, Einaudi) decide di coltivare la propria libertà stilistica, impegnandosi in una personalissima attività di cronista per le pagine romane de la Repubblica, con una inconsueta e felice capacità di mescolare immagini e idee. Alcuni di questi scritti e reportage verranno poi raccolti in A immaginare una vita ce ne vuole un’altra (2007, Minimum Fax). Un’esperienza, un metodo ma forse più correttamente, uno sguardo, che sono andati consolidandosi anche nelle opere successive (Mamma o non mamma, scritto in coppia con Carola Susani per Feltrinelli, 2009 ) nonché nella sua attività di collaboratrice delle pagine culturali de la Repubblica. Allergica ai luoghi comuni, grazie a un esercizio costante alla libertà e una vocazione naturale all’inconsueto, Elena Stancanelli mi aiuta a riflettere.

Perché è un’opportunità vivere nell’Italia del 2010?

Per uno scrittore questo è un momento straordinario, anche nell’orrore, nella deriva totale, anche per la rapidità per cui si è passati dall’essere un paese europeo, o che si era dato obiettivi europei, a una situazione disastrosa che nessuno poteva prevedere. Forse non è un fenomeno esclusivamente italiano, ma trovo impressionante l’erodersi progressivo del senso e della pratica della libertà.

Puoi farmi un esempio?

Può sembrare una sciocchezza, ma non lo è, prendiamo i caschetti per andare in bicicletta dei bambini. Per molti genitori l’idea di mandare i propri figli piccoli in bicicletta senza caschetto è ormai aberrante. Ma io mi chiedo, trent’anni fa, quand’eravamo bambini noi, a chi mai veniva in mente di mettersi il caschetto per andare in bicicletta? A nessuno. E quanti bambini che conoscevamo sono morti cadendo dalla bicicletta perché non avevano il caschetto? Nessuno. Io ricordo che spesso i genitori ci deportavano nei giardinetti sotto casa, ci lasciavano giocare da soli, e dopo qualche ora tornavano a riprenderci. Ora vai ai giardinetti e vedi i bambini guardati a vista da adulti. Questo fenomeno di assenza di libertà, in particolare sui bambini, mi impressiona moltissimo.

A cosa lo leghi? Qual è la ragione o l’origine?

C’è stata una diminuzione della criminalità. Io penso che oggi le città siano meno pericolose che negli anni Settanta. La violenza nelle città diminuisce, eppure, contemporaneamente, si alza il livello di guardia. Credo che questo sia dovuto a un’operazione mediatica impressionante. Voluta da chi e a quale scopo? E’ difficile da dire. Forse il Paese alla fine degli Settanta stava prendendo una direzione per cui sarebbe stato più difficile da gestire, in altre parole, il potere ha avuto paura che il processo che era stato messo in moto sul piano delle libertà non fosse più controllabile. Ma non ho certezze su questo. Tra l’altro è un fenomeno occidentale e non solo italiano. Comunque non c’è dubbio che il tema della paura è fortissimo e ha portato a un restringimento della libertà.

Mi colpisce che l’erosione della libertà di cui parli non sia il prodotto di un corpo di leggi autoritarie, ma una realtà che ciascuno di noi infligge a se stesso.

C’è il rischio che a seguire si possano prima o poi prendere delle iniziative legislative in quel senso, ma per ora è il frutto dell’interiorizzazione della paura. Ho letto di recente il libro di Roberta Tatafiore e mi ha colpito quando dice: “Io sono per una forma di anarchia perché laddove c’è la legge che sostituisce l’etica personale e la morale dell’individuo, allora si regredisce.”

È interessante ricordare che Roberta Tatafiore era stata molto vicina al gruppo di intellettuali liberali e libertari legati alla fase iniziale di Forza Italia…

Forse è arrivato il momento di aprire gli occhi sulle cose. Non c’è dubbio che nella sinistra italiana non ci fosse grande fascino per le idee di libertà. Quindi capisco che inizialmente si sia potuto provare interesse per le tesi berlusconiane. Al netto dell’esperienza personale di Berlusconi, quindi delle leggi approvate per difendere i suoi interessi privati, forse nel suo movimento era presente l’idea di voler scardinare certe abitudini di potere, e non c’è dubbio che questa prospettiva potesse essere seducente. Va anche detto che più di quella seduzione, presto le persone hanno avvertito la seduzione dell’ordine e del tintinnare delle manette. Ora, per riprendere il tema della paura, non c’è dubbio, per esempio, che gli adolescenti hanno il terrore della libertà. Ho raccolto casualmente, e mi ha molto colpito, la storia di un ragazzo iscritto a Forza Nuova. che proveniva da una famiglia di sinistra che a sedici anni è finito in un liceo romano cosiddetto di “sinistra”. Un liceo dove ci si faceva le canne, dove magari si dava del coglione al professore, insomma quel libertarismo vuoto, insensato e di maniera. E lui, che veniva da elementari e medie in una scuola privata e quindi in un ambiente protetto, improvvisamente si è ritrovato in un ambiente che gli sembrava un inferno. A quel punto il ragazzo ha realizzato il terrore della libertà. Non capiva che la libertà è altro dalla libertà di poter fare qualsiasi cosa, e quindi ha scelto di iscriversi a Forza Nuova, dove aveva l’impressione che venissero ripristinate delle regole importanti che gli permettevano di non avere paura della libertà. Tutti gli adolescenti hanno paura della libertà, perché quando ti affacci al mondo, il mondo ti offre innumerevoli possibilità e questo infinito spaventa, perché nessuno si sente all’altezza dell’infinito. Allora la cosa importante è aiutare a spiegare che la libertà non è “tutte le infinite possibilità sono praticabili”, ma “ci sono infinite possibilità e tu scegli la tua”. Si tratta di mettere le persone nelle condizioni di non avere paura della libertà e non di togliergliela.

Come interpreti il fatto che questa paura non riguardi più solo gli adolescenti, ma l’intero corpo sociale?

E’ vero che siamo un paese di adolescenti. Non facciamo mai il salto in cui si diventa adulti. E anche lo Stato, che fa acqua da tutte le parti, e che quindi non è esigente da noi, così come noi non lo siamo con lo Stato, di fatto ci costringe e ci trattiene in una condizione adolescenziale.

Sempre per restare al tema dell’adolescenza. Dal dopoguerra in poi nella società italiana era evidente lo sforzo di diventare adulta attraverso un processo di modernizzazione sul piano materiale, dello stile di vita e dei comportamenti. Oggi, almeno sul piano delle dichiarazioni, la politica riscopre valori degli anni Cinquanta, disprezza la cultura e gli intellettuali. Cosa è successo?

Ancora oggi le persone provano rispetto per Pasolini, anche se magari non hanno mai letto un suo libro. A chiunque tu parli, senti dire: “Di Pasolini mi fido”, nonostante avesse avuto la forza di dire anche cose terribili, fastidiose, in controtendenza. Ricordo la sua posizione contro l’aborto, ma persino contro il divorzio. Si è però conservato rispetto per una parola che era forte, che incideva. Ho l’impressione che a un certo punto è successo che per incuria, per sciatteria, l’intellettuale si è convinto, sbagliando, di aver perso importanza, che la parola avesse perso il posto che le competeva. Ma così pensando, ha annacquato anche i propri contenuti e i propri discorsi, che hanno cominciato ad apparire inutili, vuoti. E questo si collega anche al tema della rabbia, un tema a cui tengo molto. Come dicevo, chi aveva il potere della parola non si è reso conto che aveva un potere immenso nelle mani. Si è sempre lamentato di non averne e non è mai vero, perché il potere della parola è sempre un potere enorme. Se eserciti questo potere, con questo piccolo rancore, perché sei convinto che gli altri non ti riconoscono, lo eserciti in maniera ancora più violenta. Secondo me questo ha creato una grande rabbia nelle persone, una grande rabbia in chi non aveva accesso a quel potere, e un allontanamento da parte delle persone. Su questo si sono innestati movimenti, come anche la Lega, che hanno cercato, secondo me invano, di rendere seducente l’ignoranza, ma non la volgarità rispetto alla quale mi inchino, parlo dell’ignoranza come incapacità di decifrare il mondo, l’ignoranza porcina. E va anche aggiunto che si tratta di un’ignoranza rabbiosa. È anche per questo che nei vari passaggi dal PCI al PD si sia generata una progressiva disaffezione verso la sinistra. E’ stata avvertita dalle persone come una manifestazione del tutto disincarnata di alcune intellettualità inutili che non sono capaci di interpretare il mondo, ma che invece con il ditino alzato pretendono di giudicarti o di farti la lezione. Prendiamo il caso del corpo delle donne. E’ tutto un: “Non devi farti il lifting, non devi metterti il silicone!”. Ma perché? Chi l’ha detto? Così si è creato questo distacco potentissimo, questa rivalsa verso i detentori della parola.

In cosa siamo cambiati?

Non voglio essere nostalgica, ma quando eravamo ragazzini noi, negli anni Ottanta, tanto uno era strano, tanto era meglio. Noi ci esercitavamo nell’arte dell’eccentricità. Ora l’esercizio di follia individuale non è più premiato, ma nemmeno a livello elitario di fruizione della cultura. Io ricordo che a diciott’anni andavo a vedere gli spettacoli di Peter Brook o di Ronconi che duravano sei ore. Non sempre gridavo al capolavoro, però qualcosa mi restava. Era anche l’esercizio dell’inutilità. E’ qualcosa che oggi non fa più nessuno. Facevamo tantissime cose inutili, ci piacevano. Era un’inutilità che a volte a aveva a che fare anche con l’infinito. Questo non c’è più. Ed era anche quello un bell’apprendistato al rispetto della diversità, o meglio, all’amore per la diversità.

Qual è il discorso di critica rispetto all’esistente che ti sembra più convincente?

E’ difficile da individuare perché manca la spregiudicatezza, la capacità di dire cose incondivisibili, storte, sbagliate. Ma sono sicura che questa capacità presto tornerà.

Esiste una “questione maschile” in Italia?

Esiste, ma non come viene impostata di recente. Io chiedo: Le donne sono più libere se hanno gli asili per i figli oppure se non si mettono il silicone per non corrispondere al modello femminile proposto dai media? Secondo me se hanno gli asili dove lasciare i bambini. L’immagine che Berlusconi ha delle donne non è molto diversa da quella che lui ha degli uomini. Anche gli uomini li vuole con la bella “faccetta” e aitanti. Le veline e tutto il resto, mi sembrano sciocchezze e non hanno a che fare con la gente reale. La questione è politica, non è un problema di rappresentazione di modelli, ma di creare le condizioni perché la donna conquisti posizioni di potere, dove per potere deve intendersi la possibilità di fare scelte per la propria vita e anche per quelle della comunità. Non può funzionare un approccio esclusivamente culturale e un po’ lamentoso sulla violenza dello sguardo maschile. Occorre fare un’autentica battaglie politica, legata, per esempio, alla conquista delle quote rosa.
 

Mercoledì, 19 maggio, 2010 - 12:31

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