La lezione giapponese per il nostro legislatore

Andrea Boggio e Andrea Ballabeni

Il caso delle staminali a Tokyo insegna che burocrazia eccessiva e lacci alla ricerca, anche se eventualmente rimossi, creano un gap di competitività che poi è impossibile ridurre in tempi brevi

La ricerca sulle staminali ha anche valore politico: gli Stati Uniti e il Giappone stanno cercando di aggiudicarsi la nedaglia del paese che ha curato malattie per ora poco trattabili come il morbo di Parkinson e le paralisi dovute a lesioni spinali.

A livello internazionale, un certo fermento sta percorrendo la regolamentazione della ricerca con le cellule staminali embrionali. Il mese scorso abbiamo scritto di come, negli Stati Uniti, il National Institutes of Health (NIH) abbia creato nuove regole. Questa riforma del quadro normativo americano non ha il solo effetto di creare nuove opportunità di ricerca negli States. Ha anche ramificazioni in altri paesi in cui la ricerca sulle staminali è attiva. Una di queste nazioni è il Giappone. Fino al 21 agosto, la ricerca con le staminali embrionali non era vietata in Giappone. Le staminali potevano essere derivate da embrioni e staminali nipponiche o straniere potevano essere utilizzate in vari tipi di ricerche. Tuttavia, molti ricercatori lamentavano l’eccessiva burocrazia associata con il processo di revisione dei protocolli di ricerca: i protocolli dovevano essere approvati da comitati sia dell’istituzione presso cui la ricerca si svolgeva che del Ministero per la Ricerca. Inoltre, le staminali embrionali umane potevano essere usate solo in laboratori diversi da quelli in cui si usavano cellule staminali non embrionali e/o non umane—una situazione d’impaccio analoga a quella negli Stati Uniti prima della riforma del 2009 quando le nuove staminali ottenute dagli scienziati potevano essere usate solo in appositi laboratori che non ricevevano nemmeno un dollaro di finanziamento dall’NIH.

Questi ostacoli sono stati rimossi negli ultimi giorni, almeno in parte, certamente a causa dei loro nefasti effetti sulla ricerca. Quando erano in vigore, i ricercatori giapponesi si sono in larga parte disinteressati alle staminali embrionali umane preferendo lo studio delle cellule staminali pluripotenti indotte (CSPI), che non a caso sono state scoperte per la prima volta in Giappone nel 2006. Le CSPI sono cellule estratte da individui o animali adulti e riprogrammate in modo tale da poter diventare (quasi) identiche alle cellule staminali embrionali. Secondo una stima fatta da Hirofumi Suemori dell’Institute for Frontier Medical Sciences dell’Università di Kyoto e riportata in questi giorni da Nature, dei cinquanta gruppi di ricerca che erano originariamente autorizzati a fare ricerca sulle staminali embrionali, solo il 25% le ha poi effettivamente usate. Gli altri hanno ripiegato sullo studio delle CSPI o delle staminali del topo. Solo l’università di Kyoto ha continuato a lavorare sulle staminali embrionali: negli ultimi anni, l’Institute for Integrated Cell-Material Sciences ha creato cinque linee cellulari, le sole create in Giappone. È chiaro però che l’attenzione dei ricercatori era altrove.
Le ricerche con CSPI e staminali embrionali animali sono certamente utili scientificamente, ma insufficienti a far sì che la medicina rigenerativa dispieghi in pieno le sue potenzialità. Infatti, la tecnologia che sfrutta le CSPI si basa su quella utilizzata per le staminali embrionali. Ad esempio, senza le conoscenze ottenute studiando le staminali embrionali, le CSPI non sarebbero state scoperte e caratterizzate. È poi necessario usare le staminali embrionali per determinare le differenze tra i due tipi di cellule (alcune differenze sono già state individuate e pubblicate). Inoltre, a prescindere dalle differenze e dalle potenzialità terapeutiche rispetto alle CSPI, le cellule staminali embrionali rimangono uniche per studi di ricerca di base (come quelli di embriologia) in quanto sono le uniche derivate dall’embrione. Il Giappone paga ora l’eccessiva burocrazia trovandosi in ritardo rispetto agli Stati Uniti, un ritardo che riguarda sia la ricerca con le staminali sia quella con le CSPI e che secondo i ricercatori nipponici è difficilmente colmabile nonostante la recente riforma.
La vicenda del Giappone certamente insegna qualche cosa anche all’Italia.

Ci insegna che, anche in caso la ricerca sulle staminali embrionali diventasse più accessibile, l’enorme gap di competitività dell’Italia non sarà ridotto in tempi brevi. Inoltre, ci insegna che la ricerca è determinata politicamente non tanto da reali e imprescindibili principi (ad esempio la ricerca sulle staminali embrionali derivate all’estero non è mai stata vietata in Italia) ma dalle piccole barriere istituzionali che servono ad alcune parti politiche per offrire una certa immagine di fronte all’elettorato e che spingono il ricercatore a cercare altre mete scientifiche e intellettuali senza neanche iniziare un percorso ad ostacoli. Infine, ci insegna che la ricerca sulle staminali ha certamente anche valore politico: gli Stati Uniti e il Giappone stanno cercando di aggiudicarsi la medaglia del paese che ha curato malattie per ora poco trattabili come ad esempio il morbo di Parkinson e le paralisi dovute a lesioni spinali. L’Italia vuole a tutti i costi evitare di partecipare alla corsa. Le generazioni future decideranno quale altra medaglia ci spetta.
 

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 13:13

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