OPG Ospedali Psichiatrici Giudiziari
Manicomi criminali STORIE DI DETENZIONI PENOSE

La gabbia dei matti

Valter Vecellio

Gli ospedali psichiatrici giudiziari secondo un decreto ministeriale sarebbero dovuti essere già chiusi; intanto il partito radicale effettua visite ispettive e numerose interrogazioni

L’ennesima condanna dell’altro giorno dell’Italia da parte del Consiglio d’Europa, per le troppe violenze “istituzionali” e i suicidi, al di là dell’amarezza che suscita – altro che “Gomorra” e la “Piovra”: è questo che rovina l’immagine del nostro paese, è di questo che dovrebbe preoccuparsi il presidente del Consiglio – ha comunque il merito di aver portato alla nostra attenzione una realtà troppo spesso ignota e ignorata, quella degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Gli addetti ai lavori lo chiamano "ergastolo bianco": colpisce "persone che non devono scontare una pena né essere rieducate".

Una questione, quella degli OPG oggetto di numerose interrogazioni parlamentari presentate da Maria Antonietta Farina Coscioni e da Rita Bernardini (tutte rimaste regolarmente senza risposta), e di numerose visite “ispettive”. Si tratta, in sostanza, di persone che sono state prosciolte perché malate e quindi devono essere curate; per questo finiscono negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che è un modo gentile per chiamare quelli che un tempo erano i "manicomi criminali". Ce ne sono sei: Aversa in provincia di Caserta; Napoli; Reggio Emilia; Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova; Montelupo Fiorentino; Barcellona Pozzo di Gotto, vicino Messina. Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne ha disposto la chiusura, ma come spesso succede in Italia una cosa è dire, altra è fare.

Attualmente negli OPG sono rinchiuse 1.535 persone, 102 donne; la capienza regolamentare è di 1.322 posti. La quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da "internati": cioè persone ritenute "pericolose socialmente". Un provvedimento emesso dal giudice che "si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa". L’internamento può essere prorogatoall’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano "ergastolo bianco". Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una "pena accessoria", cioè una punizione supplementare che si sconta dopo aver terminato la condanna penale. A proposito di questi internati negli OPG, ecco la storia, davvero penosa, di Vito.

Era entrato nel manicomio criminale di Napoli – allora si chiamava così – a 17 anni. Ne è uscito cinquant’anni dopo, e solo perché nel 2003 il presidente della Repubblica Ciampi lo aveva graziato. Vito è il simbolo della devastante solitudine di chi ha trascorso una vita intera in un OPG. La libertà Vito l’ha conosciuta solo per tre anni, prima di morire, quattro anni fa, all’età di 79 anni, affidato alle cure dei sanitari di un centro Asl di Salerno. Condannato all’ergastolo per aver ucciso il padre negli anni ‘50, Vito è rimasto solo una vita intera. Col padre aveva un rapporto fortemente conflittuale. A scatenare la rabbia, come emerse poi al processo, fu l’accusa mossa dal genitore di vendere in proprio l’olio prodotto nel fondo di famiglia. Il ragazzo attese che il padre tornasse dal bar, dove aveva giocato a carte con gli amici. Lo colpì alle spalle con una delle asce che utilizzava per tagliare la legna. Poi gettò il cadavere in un dirupo.

Confessò tutto e in aula si parlò anche dei rimproveri, delle vessazioni e dei pestaggi ai quali sarebbe stato sottoposto il ragazzo. I giudici furono però inflessibili e lo condannarono al massimo della pena. Rinchiuso in carcere, dopo un lungo periodo, a causa di disturbi mentali, fu trasferito in una struttura psichiatrica giudiziaria. Un calvario durato fino al 2003 quando il caso sul tavolo dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, che inoltrò la richiesta di grazia al Capo dello Stato. In mezzo secolo di permanenza nell’opg di Napoli Vito ha scandito le sue giornate con immutabile ripetitività: sveglia, colazione, rifacimento del letto fissato al pavimento con dei bulloni per evitare atti di autolesionismo, attesa del pranzo. Ha sempre mangiato solo in cella, seduto sulla branda. Nelle stagioni calde anche per terra, senza mai usare né coltello né forchetta. Mangiava con le mani. E quando dopo mezzo secolo è arrivato quell’atto di grazia che a 76 anni lo ha fatto uscire dall’esilio dei dimenticati, non era certo preparato alla libertà parchè non poteva conoscerne il senso. Così venne affidato all’Asl di Salerno, e lì ha vissuto gli ultimi anni della sua vita.

Martedì, 1 giugno, 2010 - 11:18

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