La coscienza: un ritardo mentale?

di Valentina Stella

Benjamin Libet, negli anni ’80, si poneva l'obiettivo di trovare delle relazioni quanto più possibili precise tra l'esperienza cosciente e l'attivazione di determinate zone cerebrali. Le indagini sul campo condotte da Libet erano divise in due fasi principali: la prima rivolta a mettere in rapporto la percezione cosciente di stimoli sensoriali (tattili) con i relativi correlati neurali; la seconda indirizzata a individuare la relazione tra l'intenzione cosciente di compiere determinati movimenti e l'attivazione di specifici gruppi neuronali. Recentemente un nuovo esperimento è stato compiuto ricalcando gli studi condotti da Libet: John-Dylan Haynes, uno dei pionieri della lettura del pensiero, con il suo gruppo del Max Planck Institute, ha messo a punto un test che dimostrerebbe che i processi inconsci cerebrali si sviluppano fino a sette secondi prima che la decisione consapevole venga presa, e questi processi potrebbero essere predittivi sulla decisione stessa.

Esperimento Libet

Nei suoi esperimenti, Libet invitava i partecipanti a muovere, quando avessero voluto (“liberamente e a proprio piacimento”), il polso della mano destra e, contemporaneamente, a riferire il momento preciso in cui avevano avuto l’impressione di aver deciso di avviare il movimento: l’obiettivo era quello di indagare il rapporto tra la coscienza dell’inizio di un atto e la dinamica neurofisiologica sottostante ovvero stabilire il momento in cui il soggetto diveniva cosciente della volontà di effettuare il movimento. Libet ideò un artificio sperimentale costituito da un quadrante d’orologio circolare, con un cursore luminoso, che si muoveva velocemente ai suoi margini e impiegava 2,56 secondi a rotazione. Questo particolare orologio aveva lo scopo di permettere una precisa collocazione temporale del momento in cui i soggetti percepivano di aver deciso di piegare il polso. In un articolo del 1999 scrive: “Azioni volontarie libere sono precedute nel cervello da mutamenti elettrici specifici. Persone sottoposte ad un esperimento divengono coscienti dell’intenzione di compiere un’azione 350/400 millesimi di secondo dopo che nel loro cervello è avvenuto lo specifico mutamento elettrico che indica la prontezza a compiere l’azione e 200 millesimi di secondo prima dell’azione stessa. La decisione volontaria avverrebbe dunque senza l’apporto della coscienza. Ma la funzione della coscienza sarà quella di decidere l’esito: la coscienza può impedire l’effettuazione dell’azione volontaria attraverso un veto. La libertà del volere non è dunque esclusa. Gli esiti dell’esperimento mettono in evidenza i vincoli del modo in cui il volere libero potrebbe funzionare; non darebbe inizio all’azione volontaria ma deciderebbe se l’azione viene compiuta”.

Esperimento Haynes

Pubblicata sulla rivista «Nature Neuroscience», la ricerca condotta da Haynes e dai suoi collaboratori, ha riguardato14 volontari, posti dentro una macchina per la risonanza magnetica funzionale a cui è stato chiesto di scegliere, dopo attenta riflessione, se schiacciare un bottone con la mano destra o con la sinistra. I ricercatori sono stati in grado di sapere tra i sette e i dieci secondi prima della scelta quale sarà l’opzione del soggetto, grazie agli schemi di attivazione neuronale associati a ogni comportamento che, in seguito, un software adeguatamente “istruito” ha riconosciuto durante l’esperimento. La precisione per ora è del 60%. Ciò che però conta per la questione del libero arbitrio è che la predizione giunga prima che i volontari siano consapevoli della propria decisione, il cui momento è valutato sulla base dei resoconti diretti e con un altro apparecchio che ingloba un cronometro. In particolare, l’attivazione cerebrale precedente la consapevolezza si muoverebbe dalla corteccia frontopolare – sede della pianificazione di alto livello – alla corteccia parietale – zona di integrazione sensoriale.
 

Mercoledì, 9 giugno, 2010 - 13:03

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