Dibattito precongressuale: la ricerca

La banalità del male, nella ricerca

piergiorgio strata

Tutti sanno chi sono Noemi e Papi, perchè a ciò si dedicano paginate dei giornali per mesi, mentre dei "cervelli in fuga" si parla per un giorno e basta. Ma alla radice c'è il problema della valutazione.

Ho fatto degli "accordi" per salvare per salvare quello che secondo me era un ricercatore valido,. Impossibile uscire dal sistema, come per il ferroviere che guidava i treni nazisti ai campi di concentramento

Esattamente da un anno sono Direttore dello European Brain Research Institute, e già da tempo direttore del Rita Levi Montalcini Center for brain repair; attualmente stiamo attraversando un momento difficile grazie anche a un fenomeno che nessuno conosce: la perenzione. Questo è un meccanismo amministrativo molto giusto almeno in teoria. Mettiamo che lo stato debba assegnare un finanziamento per un qualsiasi progetto, di ricerca nel nostro caso. Il ministero dell’Economia trasferisce i soldi al Ministero dell’università e della ricerca; questo deve fare un bando, appaltare, quindi bisogna fare i contratti e così passa come minimo un anno e mezzo prima che inizi il progetto. Quest’ultimo poi dura – poniamo il caso – tre anni, e così in tutto ci vogliono quattro anni e mezzo. La perenzione, secondo la legge italiana, stabiliva fino a poco tempo fa che ci fosse un termine di sette anni per spendere questi soldi. Passati questi sette anni, il Tesoro automaticamente riprendeva i soldi. Tommaso Padoa Schioppa ha fatto una vera e propria rapina: per poter rientrare nei parametri di Maastricht, avendo bisogno di soldi, all’improvviso e in maniera retroattiva ha deciso che la perenzione sarebbe scesa a tre anni. Così oggi il Tesoro ha abusivamente in mano un capitale di 30 miliardi di euro uguali allo 0,7 per cento del pil. Abusivamente perché un istituto come il nostro si è visto togliere i soldi a metà progetto; non abbiamo più i fondi per andare avanti e per pagare i ricercatori che avevano un contratto di tre anni.

Ora è venuto un nuovo governo, ma il ministro Giulio Tremonti si guarda bene dal privarsi di questo capitale. Su certe tematiche, come vediamo, maggioranza e opposizione sono la stessa cosa. Io vorrei che la nostra Associazione Luca Coscioni, che si occupa di libertà di ricerca, si occupasse anche di questo. Abbiamo iniziato, con una manifestazione convocata davanti a Palazzo Chigi con gli Studenti Coscioni, poi con una interpellanza parlamentare del Senatore Antonio Paravia, del Popolo delle Libertà e iscritto all’Associazione. ** Voglio anche dire qualcosa sulla “fuga dei cervelli” di cui si è tornato a parlare dopo la lettera di Rita Clementi, la ricercatrice che ha scoperto l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, e ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano raccontando la sofferta decisione di lasciare l’Italia. Tutti sanno chi è Noemi e chi è Papi, perché su questo si dedicano paginate dei giornali per mesi, mentre qui la notizia c’è per un giorno e poi scompare. Il punto fondamentale è che lei ha scritto a diversi centri in Italia alla ricerca di finanziamenti e nessuno le ha risposto. Una volta che si è rivolta invece ai direttori dei dipartimenti negli Stati Uniti, tutti le hanno risposto chiedendole il Curriculum e maggiori dettagli. Così nel giro di un mese è partita per Boston. Magari la notizia è da verificare, ma al di là del caso specifico, di fatto è vero che qui la carriera accademica segue percorsi del genere. Io mi sono autodenunciato, e mi aspetto un avviso di garanzia, perché ho confessato che in tutti i concorsi cui ho partecipato all’università come commissario, ho fatto degli “accordi”. Per salvare – in buona fede secondo me – delle persone salvabili, ho dovuto fare un patto con qualcuno che invece non andava bene.

Mi sento come “la banalità del male”, il ferroviere che guidava i treni dei nazisti ai campi di concentramento: doveva stare dentro al sistema. Di questo non si discute. Abbiamo già detto altre volte che qui è inutile fare proclami, come fece Fabio Mussi appena insediatosi; ora anche Maria Stella Gelmini dice delle cose condivisibili. Ma la madre di tutte le battaglie è la valutazione. Ci sono due istituti di valutazione, quello della ricerca (Civr) e quello dell’università (Cnvsu). Il primo l’aveva fatto un governo di sinistra, con il ministro Berlinguer; poi è arrivata la Moratti che per la prima volta l’ha utilizzato, facendo una valutazione decorosa; poi però Mussi ha bloccato tutto. Eppure in questo modo si sarebbe assegnato un 10 per cento di fondi in più rispetto al fondo ordinario, dando niente a quelli che erano valutati negativamente. Ma senza valutazione non si può andare avanti. Ora, con la Gelmini che ha riconfermato invece gli stessi membri che c’erano prima, ho fiducia che il Civr possa lavorare in maniera seria. Hanno fatto delle norme che rispecchiano quelle utilizzare dalla Rae (Research Assessment Exercise) inglese, che dal 1986 funziona molto bene, seguendo l’idea che ci siano due modi di dare i soldi alle università. Primo, non darli ai rettori che se li spartiscono tra le loro correnti, ma ai dipartimenti, quei nuclei di ricerca che per prendersi i soldi devono prendere i ricercatori migliori, un po’ come funzionano le squadre di calcio. Libertà di ricerca, infatti, è anche libertà di competere. Gli altri dipartimenti rimangono senza soldi, magari si concentrano sulla teaching university. Ce l’ha il coraggio, qualcuno di destra o di sinistra, di iniziare a operare in questi termini? Dobbiamo accettare che qualche università chiuda, oppure sia costretta a cambiare? Il secondo canale di foraggiamento dell’università è quello di dare soldi – in base a criteri meritocratici – ai singoli ricercatori. La ricerca così decolla soltanto se il dipartimento si guadagna i fondi e i ricercatori attraggono finanziamenti. Il problema poi non è tanto che i ricercatori italiani vadano all’estero, e magari ci rimangano; il problema è che noi non abbiamo gli stranieri che vengono qui. Perché? I dipartimenti non sono bene organizzati, non hanno strutture tali da essere efficienti. Lo spreco maggiore è quello che la Commissione Europea, in un suo Green Paper, ha riconosciuto nella frammentazione delle strutture. A Okinawa, a fronte della crisi che stanno attraversando, stanno progettando un centro enorme di biomedicina; lo stesso a Vienna. Negli Stati Uniti, a fronte di questa recessione, hanno aumentato del 18 per cento i fondi della National Science Foundation e dell’8 per cento i fondi dell’- NIH. Si investe per contrastare la crisi, si distruggono piccole palazzine sparse per fare grande centri.

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 11:13

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