L’università azzoppata dal centralismo

a cura di Giulia Simi, Andrea Francioni, Edmondo Trentin

Al Senato IL DDL GELMINI SULL’UNIVERSITÀ

L’università azzoppata dal centralismo

Anche gli effetti della riforma rischiano di finire irrimediabilmente sotto scacco delle clientele antimeritocratiche

L’università in Italia ha un problema, lo sappiamo tutti. Peccato però che, quando si tratta di dire quale sia, si leva un coro di voci dissonanti alimentate dalla percezione parziale che settori diversi della società e della classe dirigente hanno del sistema universitario, del suo stato e del suo ruolo. La classe accademica lamenta un cronico e insostenibile sotto-finanziamento, il Ministero dell’Economia e delle Finanze denuncia lo sperpero di risorse e attua un’inesorabile politica di tagli, una parte significativa dell’opinione pubblica si accanisce contro i “baroni”, incoraggiata dai media, che dedicano attenzione all’università solo in occasione degli scandali, i precari della ricerca invocano meritocrazia e concorsi trasparenti – ma talvolta, più semplicemente, la stabilizzazione –, la Confindustria denuncia lo scarso raccordo tra mondo accademico e mondo del lavoro, gli studenti chiedono alloggi, mense, borse di studio.

Questo coro cacofonico tradisce l’incapacità della classe accademica di interagire con la società e l’assoluta mancanza di professionalità del giornalismo scientifico, che impediscono ai cittadini di rendersi conto che conoscenza e ricerca sono i pilastri del benessere e dello sviluppo di un Paese. Nel disinteresse dell’opinione pubblica affonda poi le sue radici l’atteggiamento di indifferenza e miopia che la classe politica italiana dimostra nei confronti dei problemi dell’università e della ricerca. In poco più di un decennio i governi che si sono succeduti alla guida del Paese hanno partorito, in stretta alternanza, altrettante riforme che hanno prodotto un sostanziale allineamento – o forse un appiattimento – dei corsi di studio a presunti standard internazionali (il 3+2 di berlingueriana memoria) ovvero effetti concreti di scarsa rilevanza (il “molto rumore per nulla” della riforma Moratti) o il nulla sic et simpliciter (la clamorosa non-riforma di Mussi).

Di riforma in riforma, non si è registrato alcun sensibile miglioramento delle magagne del sistema accademico italiano, e i coristi hanno continuato, in contrappunto, ad intrecciare le loro litanie. È ora in arrivo l’ennesimo intervento legislativo sull’università: il DDL Gelmini, sul quale è in corso la discussione al Senato. Il DDL è così benintenzionato che stavolta ci potrebbe scappare davvero – non si sa mai – “la riforma”, sebbene non risolutiva di tutti i problemi. Al Titolo I il DDL apre la strada ad una riorganizzazione della struttura degli atenei e a un ripensamento della governance. Il dipartimento viene giustamente individuato come il cardine dell’attività didattica e scientifica, eliminando le facoltà. La riforma prevede inoltre l’introduzione di rigorosi criteri di contabilità e l’adozione di un piano economico- finanziario ai fini della programmazione e del controllo della spesa.

Riteniamo però che il DDL dia troppo potere al Consiglio d’Amministrazione, il quale finisce per usurpare le prerogative del Senato Accademico: fino a che punto un manager di professione, benvenuto nel Cda, può esprimersi in materia di didattica e di ricerca? Ma è nei Titoli II e III che il DDL mostra tutto il proprio potenziale, e i propri limiti. L’approccio, infatti, è marcatamente meritocratico. L’idea, che sottoscriviamo pienamente, è quella di distribuire una parte dei finanziamenti statali sulla base della valutazione dell’attività svolta nelle singole sedi, anziché “a pioggia”, e di ridefinire le procedure di reclutamento e di progressione di carriera del personale docente, di nuovo su base meritocratica.

Resta il fatto che se il fondo per il merito viene ripartito fra le sedi universitarie anziché direttamente fra i dipartimenti più meritevoli si corre il rischio di mortificare le eccellenze; per non dire del nuovo sistema di concorsi annunciato, che prevede un percorso a tappe assai burocratico: il conseguimento di un’idoneità nazionale e poi il vaglio dei concorsi locali. È solo un indizio del limite più grave della legge, che ha un impianto fortemente centralistico, non giustificato dall’uso distorto che si è fatto dell’autonomia universitaria.

1. Necessarie risorse adeguate 
La proposta di legge del ministro Gelmini, per l’ampiezza dell’impianto e la valenza riformatrice degli interventi previsti, rappresenta un’occasione irripetibile. È necessario che il confronto parlamentare si sviluppi concentrandosi sul merito delle varie questioni. Così come è indispensabile che all’avvio del processo riformatore, e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse”.

2. Impossibile senza oneri aggiuntivi 
Perché le ambizioni del ministro Gelmini possano tradursi in realtà occorre affrontare con decisione e lungimiranza il nodo degli investimenti. Troppe volte ricorre, nelle decine di articoli e commi, l’ingiunzione di operare «senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica». La solita favola del costo zero: ma a costo zero si fa meno di zero. Il costo delle migliori università è in tutto il mondo molto alto; insomma, è commisurato al risultato che si vuole ottenere”. 

3. Distribuzione fondi europei 
La distribuzione dei fondi di ricerca europei 2009 è stata proporzionale alla quota di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo dei singoli Paesi: l’Italia, con un investimento pari all’1,10% del Pil, è stata superata in cifra assoluta anche da Paesi molto più piccoli come la Svizzera (2,93%) e l’Olanda (1,82%). Il nostro Paese investe un quarto di Svezia e Finlandia, un terzo dell’Islanda ed è stata sorpassata anche da Spagna, Slovenia, Irlanda e R. Ceca. 

Fusione

IL PARERE DEL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE
Il DDL prevede la possibilità di fusione o federazione tra atenei, la quale, utile in alcuni casi – ad esempio per istituire corsi interdisciplinari, deriva dalla volontà di accorpare le sedi e ridurre le spese. La questione è però spinosa. Piccolo e scadente non sono per forza sinonimi e non è detto che un corso di laurea poco popolare sia inutile: forse è meno appetito dagli studenti solo perché considerato troppo difficile. Nel parere del Cun sul DDL si legge che la possibilità di fusione o federazione fra atenei segna “una netta inversione di tendenza rispetto alla loro moltiplicazione, al di fuori di qualunque programmazione e rispetto dei criteri di qualità e opportunità. [Ma] non si comprende perché tale concreto esercizio di autonomia rimanga comunque subordinato all’esame della proposta da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca e, paradossalmente, del Ministero dell’Economia”.

Giovedì, 15 aprile, 2010 - 13:39

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