L’inviolabilità contro l’autorità

di Luigi Manconi

Parto quello che considero l'atto costituente di questa associazione e il suo orizzonte teorico e politico: dal corpo del malato al cuore della politica.
Quel corpo attorno a cui si sviluppa questa parola d'ordine, l'azione, la mobilitazione, l'intelligenza collettiva dell'Associazione Coscioni, credo debba essere con ancora più capacità di elaborazione messo al centro non solo dell'azione dell'Associazione Coscioni, ma della nostra complessiva azione politica. La centralità della politica, del corpo, nella politica. E la centralità politica del corpo. Se osserviamo con attenzione i grandi conflitti che attraversano le società contemporanee, quelle sviluppate, anche quelle che chiamiamo con una formula ormai stantia in via di sviluppo, se consideriamo le grandi battaglie culturali che attraversano le opinioni pubbliche di tutti i paesi democratici, vedremo agevolmente che quei conflitti ruotano tutte intorno alla questione del corpo.
E’ la questione del corpo che sta alla base di tutti i conflitti per le libertà, per le garanzie, per i diritti. Ha attraversato i secoli e ha trovato già nel 1215 la sua prima sistemazione nel concetto di habeas corpus, un concetto prezioso e cruciale che ha fondato tutte le battaglie di libertà dei secoli successivi intorno a due categorie fondamentali: quella della non disponibilità fisica del corpo del cittadino, rispetto alla pretesa di controllo su di esso da parte dell'autorità, e quella strettamente connessa di inviolabilità di quel corpo.
L'habeas corpus nasce come affermazione della non disponibilità del corpo del prigioniero rispetto al sovrano, alle corti di giustizia, alle autorità di polizia e la rivendicazione intransigente di quel rapporto di intima proprietà tra l'individuo e il suo corpo. Ed e' quel rapporto di intima proprietà, quindi di piena disponibilità dell'individuo sul proprio corpo, che poi rappresenta quel nesso, salda quel nesso indissolubile che c'e' tra corpo, soggettività, persona umana e diritto.
Quello che noi trattiamo nel nostro fare politica e che chiamiamo con termini contingenti "sovraffollamento", "carcerazione preventiva", "trattamento inumano e degradante", i nomi che siamo costretti a dare a una rovina del sistema della pena che fa quotidianamente questo scialo di sofferenza e' certo questione politica, questione di opposizione e questione di governo. E' certo questione di amministrazione del sistema della giustizia. E' anche questione umanitaria, ma rimanda esattamente a quei principi fondamentali della non disponibilità e della inviolabilità del corpo del cittadino quando quel corpo del cittadino si trovi a essere nella custodia dello Stato dei suoi uomini e dei suoi apparati.
Il corpo del prigioniero, il corpo fisico che vede limitata o ridotta o annullata la propria libertà personale e' un corpo che può a sua volta farsi prigione. Quel corpo di cui finora abbiamo parlato come oggetto di una costrizione, di una coercizione, di una oppressione può diventare a sua volta strumento di coercizione, di coazione, di oppressione.
Il corpo può imprigionare, serrare, opprimere in presenza di una malattia grave, di una patologia, di uno stato di coma, di uno stato vegetativo. Può diventare prigione di ciò che resta della sensibilità, cioè di quanto sopravvive della persona umana. Quel corpo, cioè, può diventare strumento di coercizione ed e' allora, proprio con l'indebolirsi della costituzione fisica e psichica della persona, il suo decadere, il suo infiacchirsi, il suo diventare sempre più fragile, e' allora che tale fragilità porta inevitabilmente a una crescente incapacità di quel corpo di farsi fonte di diritto, di esercitare tutela rispetto ai propri bisogni, alle proprie garanzie, ai propri diritti.
E' allora che in quella condizione di fragilità corrisponde a uno stato ancora una volta di limitazione della libertà.
E' allora che più insidiosa e minacciosa può risultare la tentazione del dispotismo autoritario dello Stato di intervenire su quel corpo, dettare legge su quel corpo, invadere la sfera dell'autonomia di quel corpo.
E’ la pretesa dello Stato autoritario di giocare sulla fragilità di quel corpo per imporre a esso la propria potestà. E' qui che decisiva diventa la questione dell'autodeterminazione del corpo malato che si mostra per quello che profondamente e', ovvero una qualità di quella stessa inviolabilità che ha fondato l'identità della persona umana. Quando la fragilità del corpo malato indebolisce la capacità di quello stesso corpo di produrre quel diritto da cui discendono tutte le garanzie e le tutele e dunque di aprire un varco nel quale lo Stato autoritario, qualunque sia la sua organizzazione parlamentare, istituzionale, tenta, come dicevo, di imporre la sua legge.
Se tutto ciò e' vero, io penso che ne risulti confermata l'importanza di una intelligenza collettiva che sappia cogliere i nessi e le relazioni e che dunque intenda come la questione delle carceri non sia altra cosa da ciò che stiamo da anni dicendo a proposito dell'autodeterminazione del paziente.

 

Mercoledì, 30 novembre, 2011 - 16:08

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