Scienza e Filosofia. La parola al bioeticista 

L' illusione del libero arbitrio che già spiegò Spinoza

di Gilberto Corbellini

Le nuove sfide neuroscientifiche e neuroetiche sul piano umano, morale, politico e religioso portano l' Italia sempre indietro rispetto al quadro internazionale

La bioetica non è un campo di studi autonomo. Non ha un oggetto definito di indagine. Segue le mode. Meglio, insegue gli sviluppi delle scienze biomediche e sanitarie, vivendo in buona sostanza di luce riflessa. Da qualche anno la moda è diventata la neuroetica.

Negli anni Settanta era stata la sperimentazione clinica su soggetti umani, ovvero i la tematica collegate al consenso informato. Negli anni Ottanta i temi dominanti erano stati quelli relativi della giustizia sociale nell’accesso alle cure sanitarie, data l’acquisizione durante i due decenni precedenti che sul piano economico la spesa sanitaria appare fuori controllo. Gli anni Novanta registravano l’esplosione da un lato delle aspettative sociali e dall’altro del panico etico per le ricadute mediche dell’ingegneria genetica e dell’ingegneria cellulare (leggi clonazione).

Nel quadro internazionale degli studi bioetica l’Italia non ha mai spiccato per originalità. E dalle premesse ci si può aspettare che, salvo qualche eccezione e se non succede qualcosa di imprevedibile, anche i contributi nostrani alla neurotica saranno in larga parte lavori “di rimessa” o speculazioni fatte a tavolino. In altre parole, un pallido riverbero di quello che accade nei paesi dove la neuroetica viene coltivata da circa un decennio. Lo scopo di chi se ne occupa in Italia, per il momento, sembra quello di capire in che modo si possono adattare le teorie etiche, e le filosofie che le ispirano, tradizionalmente utilizzate per affrontare i problemi specifici che emergono nell’area neuroscientifica e neurotecnologica. Ovvero come rispondere, ma soprattutto disinnescare le sfide che le neuroscienze stanno lanciando, e non da pochi anni, alle categorie e alle assunzioni filosofico-politiche tradizionalmente utilizzate nell’ambito delle scienze umane. Inclusa la filosofia morale.

In sostanza, non sembra che i bioeticisti che si apprestano a occuparsi di neuroetica siano particolarmente interessati e confrontarsi con le più rilevanti e convergenti spiegazioni che le teorie neuroscientifiche, sulla base di una attenta e il più possibile obiettiva lettura dei dati empirici, stanno fornendo dei comportamenti umano. Inclusi i comportamenti morali, religiosi e politici.

Alla luce delle conoscenze che sono scaturite dagli studi neuroscientifici, e dalla loro contestualizzazione evoluzionistica, appare quasi patetica una certa ostinazione, da parte di intellettuali, politici e in generale cultori del sapere umanistico, nel difendere concezioni della coscienza umana o della libertà che sono state irrimediabilmente confutate. Ma, al di là della capacità dei difensori dell’irriducibilità della mente umana al cervello di avvertire un senso del ridicolo, che dipende sempre un’ottica soggettiva e quindi dagli strumenti cognitivi, emotivi e culturali individuali, l’ostinazione a difendere concezioni irrealistiche delle funzioni mentali umane può determinare gravi danni alle persone.

Prendiamo gli studi sulla coscienza. Con buona pace di chi crede che si tratti di una qualità immateriale e di straordinaria importanza, in realtà quella che chiamiamo esperienza cosciente altro probabilmente non è che una funzione del cervello, nonché un fenomeno marginale nell’economia dei processi di controllo generale del comportamento, benché essenziale per governare adattativamente le dimensioni sociali dell’esperienza umana. Le teorie della coscienza che tengono conto dei dati neuroscientifici hanno inoltre abbandonato l’idea che si tratti di uno stato definibile indipendentemente da specifici aspetti dell’organizzazione neuroanatomica del cervello.

E tenendo conto di quelle che molto plausibilmente sono le basi neurofisiologiche della coscienza, nonché in virtù delle qualità attraverso cui ne abbiamo esperienza si può dire che eventuali danni neurologici possono determinare disturbi della coscienza accompagnati da insopportabili disagi. Ne deriva che l’orientamento che sta prevalendo in Italia sulle direttive anticipate e la negazione del diritto di disporre della propria vita, è garanzia non di tutele delle persone ma solo di un aggravamento del carico di dolore per i cittadini di questo paese; che saranno mantenuti, indipendentemente da o contro la loro volontà, in stati in cui la coscienza si è disintegrata e che sono associati a gravissime sofferenze psicologiche. Un’altra discussione in corso nell’ambito della neurotica, che potrebbe determinare conseguenze non per tutti desiderabili, è quella che riguarda il problema del libero arbitrio. Non va dimenticato che la bestia nera delle religioni è l’assunzione che noi siamo liberi di scegliere. Un’assunzione che è addirittura considerata un diritto fondamentale in tutte le liberaldemocrazie.

Le bioetiche religiose non hanno mai accettato le conseguenze bioetiche del principio liberaldemocratico, cioè che le persone di cui non sia stata accertata l’incapacità, devono essere trattate come agenti autonomi. Per cui converrà vigilare su come saranno formulate le implicazione etiche delle ricerche neuroscientifiche nell’ambito degli orientamenti religiosi. A cominciare da quello cattolico. Che per ovvi motivi ci interessa molto da vicino. Che il libero arbitrio sia un’illusione lo aveva già spiegato in modo insuperabile Spinoza. Il problema non è quindi più se il libero arbitrio esiste. Ma a quali vantaggi dà luogo l’illusione di essere liberi. Si può ragionevolmente immaginare che questa illusione risulti in effetti molto vantaggiosa, come dimostra il fatto storicamente documentato che l’assunzione dell’autonomia e dell’autodeterminazione individuale hanno consentito lo sviluppo e il funzionamento delle forme di organizzazione politico-sociale democratiche. Cioè quelle nell’ambito delle quali è stato prodotto il più elevato benessere umano conosciuto.

Se questa ipotesi fosse valida, sarebbe del tutto sensato chiedersi che cosa si può fare per promuovere il più diffusamente e ai livelli migliori la costruzione individuale dell’illusione della libertà. E una volta scoperto che cosa aiuta lo sviluppo del senso di autonomia personale investire per garantire che la più larga parte di coloro che vengono al mondo possa accedere a queste esperienze formative. Questo potrebbe essere un terreno un po’ meno vago e scontato per avviare una discussione che coinvolga in modo interdisciplinare competenze diverse, e da cui soprattutto cercare con un po’ di concretezza di ricavare indicazioni anche per scelte e programmi politici utili sia per gli individui che per l’insieme della società.

 

Martedì, 8 giugno, 2010 - 18:21

1 commento

concordo che il L.A. sia un'illusione, difficile è accettarlo

Concordo sul fatto che il Libero Arbitrio sia un'illusione facilmente smascherabile da una corretta analisi logica o da esperimenti neurologici, ciò che crea la "resistenza" ad accettare questa verità (oltre a una certa ignoranza nerologica e un non aver mai affrontato la riflessione) è che essa mina alla base una forma di narcisismo psicologico di alcune persone che non possono accettare di non essere in "totale controllo di sé stesse" oltre alla scorretta e pregiudiziale convinzione che riconoscere che il L.A. è un'illusione possa portare ad un peggioramento morale dell'umanità quando è dimostrato che sono proprio le persone a non esser consapevoli dei loro automatismi ad esserne più schiave e a comportarsi spesso peggio (si vedano studi americani su criminalità e cultura psicologica). Per farla breve è un po' il meccanismo che fece bruciare Giordano Bruno o imprigionare Galilei, dicevano che l'uomo non è al centro dell'universo né del sistema solare, quale "insulto" per il narcisismo di molte piccole menti, figuriamoci il dire come già disse anche Freud che "l'io non comanda nemmeno in casa propria", per qualcuno, con poco coraggio e poca volontà a crescere in consapevolezza, va oltre le sue risorse psicologice accettare ciò.

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