I diritti presi sul serio

L’eutanasia come scelta di vita (riuscita)

a cura di Susanna Galli

Secondo il filosofo Dworkin, la convinzione che la vita umana sia sacra può rivelarsi un argomento cruciale a favore, anziché contro, la legalizzazione dell’eutanasia.

Ronald Dworkin. L’eutanasia è sbagliata (anche quando il paziente desidera la morte, e anche quando la morte è nel suo migliore interesse) perché viola invariabilmente il valore intrinseco e la sacralità della vita umana? (…) Una delle tesi principali proposte in questo libro è che vi sia un’interpretazione laica, così come una religiosa, dell’idea che la vita umana è sacra. Anche gli atei sentono istintivamente che il suicidio e l’eutanasia sono problematici perché la vita umana ha valore intrinseco. Questi due fatti (le divisioni dei gruppi religiosi sull’eutanasia, e la dimensione laica della sacralità) suggeriscono la convinzione che la vita umana sia sacra può rivelarsi un argomento cruciale a favore, anziché contro, l’eutanasia. (...) La tragedia si situa alla fine della vita vissuta in senso proprio. Quando ci interroghiamo su cosa sarebbe meglio per questa persona non stiamo giudicando solamente il suo futuro e ignorando il suo passato. Ci preoccupiamo dell’effetto che avrà lo stadio finale della sua vita sulla sua vita in generale, così come potremmo preoccuparci dell’effetto che avrà l’ultima scena di un’opera teatrale, o l’ultima strofa di un poema, sull’intera opera creativa. Questa è la preoccupazione comune ma misteriosa che dobbiamo ora analizzare. (…)Vogliamo (dicono spesso le persone) fare qualcosa delle nostre vite, lasciare il mondo migliore in virtù del nostro esservi stati. Questa ambizione si esprime a volte in forme grandiose (…) vi sono forme meno grandiose: molti non vogliono nulla più che far bene la propria parte (…). Ma queste convinzioni sono sempre presenti, guidano decisioni e scelte che ci possono sembrare automatiche e spiegano almeno in parte l’allegria, la noia, la vergogna, la tristezza che ci capita di volta in volta di provare riflettendo su come procede la nostra vita. Tuttavia è assolutamente cruciale notare che tutte queste opinioni e convinzioni, siano esse espresse o tacite, sono critiche (…), non sono cioè opinioni che vertono semplicemente su come rendere la vita piacevole o divertente, minuto per minuto, giorno per giorno. Intendo sottolineare questa differenza evidenziando la distinzione tra due tipi di ragioni per le quali le persone desiderano che la loro vita vada per un verso anziché per un altro. Primo, ognuno di noi ha ciò che chiamerò interessi di esperienza (…): il football, lavorare sodo, mangiare bene, mi sembrano cose buone: aggiungono qualcosa alla mia vita se e perché le trovo buone (…). Ma la maggior parte delle persone pensa di avere quelli che chiamerò interessi critici, interessi il cui soddisfacimento rende la vita autenticamente migliore: non riconoscerli significherebbe commettere un errore, rendere peggiore la propria vita. Essi rappresentano giudizi critici piuttosto che preferenze di mera esperienza. La maggior parte delle persone trova piacevole e desidera avere rapporti di amicizia intima perché crede che l’amicizia intima sia buona, che le persone dovrebbero desiderarla. (…) Abbiamo esplorato l’idea complessa degli interessi critici perché non possiamo pensare che la morte sia nel migliore di interesse di qualcuno, se non comprendiamo questa dimensione degli interessi delle persone.(…) Dobbiamo dunque cominciare con il chiederci: in che modo sarà importante per la riuscita critica della vita nel suo insieme, il modo in cui moriamo? Dovremmo distinguere due ragioni differenti per cui ciò potrebbe essere importante: 1) perché la morte è il confine estremo della vita e ogni parte della vita, compresa anche l’ultima, è importante; 2) perché la morte è un evento speciale e particolarmente significativo nello svolgimento della nostra vita, proprio come la scena finale di un’opera teatrale, in cui ogni elemento è reso più intenso, posto sotto una luce particolare. Nel primo senso il momento della nostra morte è importante in funzione di ciò che ci accadrà se morissimo più tardi. Nel secondo senso il modo in cui morire interessa per come moriamo. Iniziamo dalla prima e meno teatrale di queste idee. Talvolta le persone vogliono continuare a vivere, anche se tra sofferenze terribilmente mortificanti, per compiere ciò che reputano importante fare; ad esempio vogliono portare a termine un lavoro, o imparare qualcosa che da sempre vorrebbero conoscere. (…) D’altra parte spesso le persone pensano di avere analoghe e altrettanto forti ragioni per non rimanere in vita. Una ragione è la negatività delle esperienze che si trovano oggi ad affrontare: un dolore tremendo, nausea costante, l’orrore dell’intubazione, lo stordimento dei sedativi. (…) Ma le ragioni che le persone hanno per voler morire comprendono anche ragioni critiche. Molti, come ho detto, giudicano non dignitoso, o comunque negativo, vivere in certe condizioni, indipendentemente dalle sensazioni che possono provare, se ancora sono in grado di averne. (…) Così, le concezioni delle persone su come vivere condizionano le loro convinzioni su quando morire, e l’impatto è reso più intenso quando viene coinvolto il secondo senso in cui le persone credono che la morte sia importante. Non vi è dubbio che la maggior parte delle persone ritiene che le modalità della morte abbiano un’importanza speciale e simbolica. (…) Se sia nel migliore interesse di ciascuno che la vita si concluda in un modo anziché in un altro dipende in modo così stretto da quant’altro di speciale c’è in lui (dallo stile e dal carattere della vita, dal suo senso dell’integrità e dagli interessi critici) che nessuna decisione collettiva uniforme potrà mai sperare di promuovere adeguatamente gli interessi di una persona. Abbiamo così anche una ragione basata sulla beneficenza, oltre alla ragione fondata sull’autonomia, perché lo Stato non imponga alcuna uniforme concezione generale attraverso la sovranità della legge, ma piuttosto incoraggi le persone a dare esse stesse disposizioni meglio che possono per la loro assistenza futura, e perché, in assenza di queste disposizioni, la legge, nei limiti del possibile, lasci la decisione nelle mani dei loro familiari o di altre persone intime, il cui senso del loro miglior interesse è probabilmente molto più corretto di un giudizio teorico e astratto concepito nelle stanze segrete, tra manovre di gruppi di interesse e transazioni politiche.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 18:30

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