Radicali: le disobbedienze civili sulla droga/1

Io, radicale-ignoto e disobbediente

di diego galli2

Una grande risata al processo: perché l'hai fatto? Chiese il Pm. Risposi...per essere processato.

Come ti chiami?
Mauro Zanella.

Quanti anni hai?
Sessantatre

Il tuo lavoro?
Lavoratore autonomo presso una ricevitoria di giochi e servizi.

La tua situazione giudiziaria qual è?
Attualmente sono libero da impegni con la giustizia, salvo il fatto che non godo più dell’elettorato passivo per le cariche amministrative.

Non hai altri processi in corso?
No, in corso attualmente no.

E cosa è successo nel 1997?
Per l’esattezza ci hanno condannato per i fatti del 12 ottobre 1997. A piazza Navona, insieme a Marco Pannella, Rita Bernardini ,Olivier Dupuis, Pier Luigi Camici, Alessandro Caforio e Cristiana Pugliese, distribuimmo diverse bustine di hashish, per incardinare dei processi. Andavamo in giro un po' tutti noi, mescolati alla folla, a dare, a chi si poteva, innanzitutto non minorenni, una bustina con una dose miserrima di hashish. Nel frattempo dal palco, Rita Bernardini e Marco Pannella aizzavano la polizia, come a dire ‘guardate ci sono dei pericolosi criminali, prendeteli’.

Tu hai mai fumato hashish o marijuana?
Si ma sporadicamente, quando mi è capitato, credo la prima volta in Belgio, dove andammo a raccogliere le firme per presentarci alle europee.

Ci pensasti alle conseguenze?
Si, si per il bene della società lo rifarei anche oggi.

Ma loro che ti dissero? Ti dissero che si poteva finire in carcere?
Si, si c’è un processo, di conseguenza puoi finire anche in carcere.


Torniamo alla disobbedienza civile: tu distribuivi queste buste e la gente come reagiva?

Era tra l’incuriosito e l’interessato. Quando i ragazzi si avvicinavano io li mandavo verso il palco, perché riconoscevo ormai i poliziotti in borghese.

Quindi come ti hanno preso?
In un momento un poliziotto fu più sveglio di me: mentre stavo dando una bustina ad un ragazzo mi sentì preso da due, quattro braccia.

E poi come fu il rapporto con i poliziotti, ti portarono in commissariato?
Non ricordo se per i fatti di piazza Navona o per quelli di largo Goldoni, ci portarono alla questura di via di san Vitale: fu un momento, diciamo, surreale, noi in quel momento tecnicamente eravamo dei delinquenti, che dovevano essere processati. Invece ci trattarono tutti, dal responsabile della narcotici, che poi seppi essere anche lui antiproibizionista, ai poliziotti come se noi fossimo degli ospiti. Nella sala grande, dove diciamo c’era il questore, io, Marco e gli altri fummo trattati bene. Poi, in un’altra stanzetta più piccola, alcuni poliziotti ci offrirono anche da bere e dei pasticcini. Il clima era, tra virgolette, simpatico.

E invece come ricordi il processo?
Ricordo i diversi gradi dei processi: l’accusa che diceva una cosa e i nostri avvocati un’altra. Ricordo con simpatia un episodio in cui il pubblico scoppiò in una mezza risata quando il pubblico ministero mi chiese qualcosa e io risposi che avevamo fatto quello perché fossero incardinati i processi.


E invece ci furono delle reazioni da parte di amici e parenti che seppero di te dalla tv o dai giornali?

Credo per il secondo episodio, quello di Largo Goldoni, perché ero recidivo, ci portarono agli arresti domiciliari. Anche lì con tutti i riguardi del caso. Se la polizia fosse sempre così, potremmo dire di avere la migliore polizia nel mondo; nel senso che ovviamente sapevano che lo facevamo per un fine superiore. A Radio Radicale andava a palla la trasmissione sulla nostra vicenda e sui nostri arresti domiciliari, mi chiamavano da tutta Italia.

Visto come sono andate le cose fin’ora, secondo te è valsa la pena fare questa iniziativa?
È davvero difficile dirlo. Non so pentito, quindi almeno in parte ne è valsa la pena. Per i risultati reali, i riscontri sono come in economia, ad onde: ci sono momenti in cui la società ha maggiore consapevolezza antiproibizionista e capisce che ne è valsa la pena, e momenti in cui un perbenista potrebbe additarmi come un idiota che si è messo a distribuire droga tra i giovani. Forse si, chi può dirlo.

Hai imparato qualcosa da questa vicenda, qualcosa di preciso che hai capito anche negli anni successivi alla disobbedienza?
Si, secondo me molto. Innanzitutto ho imparato meglio come si rispetta la legge: se non la rispetti devi sapere i rischi che corri, altrimenti lo fai platealmente proprio perché, come nel caso nostro, vuoi che la legge sia cambiata. Ho poi visto molta umanità nella gente, anche tra i poliziotti, nel questore stesso, e, episodio recente, nel direttore del carcere di Velletri, dove siamo andati in visita a Ferragosto. Gli ho chiesto cosa si potrebbe fare per il sovraffollamento nelle carceri e lui candidamente mi ha risposto che comincerebbe a tirar fuori tutti quelli che stanno dentro per droga. E nota bene che non ha detto per droghe leggere, ma per droga. Lui da persona saggia, intelligente ed esperta della materia capisce che il proibizionismo serve solo a fomentare il mercato della droga e riempire le carceri.

Ultima cosa: cosa diresti ad un ragazzo che fuma hashish?
La vita è tua, quindi se ti piace fumarti uno spinello va benissimo, come va benissimo se piace fumarti una sigaretta o berti una bottiglia di birra. Ma se la cosa ti piace troppo può causarti dipendenza, non dico farmacologica perché è provato che non la determina, a differenza dell’eroina e forse della cocaina, ma non esagerare perché ti fa male, come ti farebbe male mangiare ogni giorno tre etti di cioccolata.

Lunedì, 22 novembre, 2010 - 17:46

1 commento

Errata Corrige

Credo che ci sia un errore nella penultima risposta: "Lui da persona saggia, intelligente ed esperta della materia capisce che l’antiproibizionismo serve solo a fomentare il mercato della droga e riempire le carceri". Credo che si riferisse al PROIBIZIONISMO non all'ANTIPROIBIZIONISMO.

Complimenti comunque, ho sognato per qualche minuto leggendo quest'intervista!

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