Il silenzio colpevole sul sesso

di m.parachini

 Sulla questione dell’ educazione sessuale nelle scuole, vi è un vecchio e tuttora attuale dibattito in Italia, ma non solo. Per alcuni è compito dello stato insegnare questa materia, per altri tale compito è prerogativa della famiglia. Ne fa fede (è il caso di dirlo)  la recente dichiarazione di Benedetto XVI  (10 gennaio 2011) per il quale si profila “un'altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là  dove e' imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un'antropologia contraria alla fede e alla retta ragione". Sul fronte governativo italiano ricordiamo le dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella al convegno nazionale della SIGO (Società italiana di Ginecologia e Ostetricia) “Educazione sessuale, nuovi attori  per nuovi bisogni” nel 2009 : “ Non sono d'accordo a inserire l'educazione sessuale nell'orario scolastico. Non può essere una materia di studio. Non e' un indirizzo politico corretto. La consapevolezza in questo campo deve venire -  secondo Roccella -  dai genitori, dalla famiglia, e non dalla scuola” . Eppure “Il silenzio colpevole delle istituzioni rispetto all’educazione sessuale”  viene messo sul banco degli imputati dalla SIGO:  “in Italia si studia da un secolo una proposta di legge per l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole e ancora non si è raggiunto l’obiettivo. Ci aiuti a formare ragazzi responsabili”. I ginecologi si sono detti pronti a collaborare e, se serve, anche a proporre una bozza di Ddl ad hoc.

 Non stupisce dunque l’articolo apparso su Repubblica , proprio lo stesso giorno delle dichiarazioni del Papa , dal titolo:  La corsa delle minorenni alla pillola del giorno dopo. Giovani, imprudenti e confusi dal sesso. Il 55% delle confezioni del farmaco è venduto a giovanissime. L'allarme dei medici: il 27% dei teenager italiani non usa anticoncezionali”.  Io invertirei il concetto: “ Giovani,molto prudenti e male informati”. In Italia si considera “allarmante” il dato della vendita di 370 mila confezioni di “pillole del giorno dopo”. Ma perché non si dice anche che il numero delle confezioni di pillole per la contraccezione d’emergenza vendute  ogni anno in Francia è di un milione? Eppure si tratta di un paese in cui il ricorso alla contraccezione “ordinaria” è molto maggiore rispetto al nostro. La minore che richiede una contraccezione d’emergenza in realtà dimostra un atteggiamento assolutamente responsabile, di “riparazione” verso un evento a rischio di gravidanza non desiderata. Anche se questo comporta, anziché un semplice acquisto in farmacia come farmaco cosiddetto da banco come avviene nella maggior parte dei paesi “civili” dell’Europa , una richiesta , a volte snervante  e umiliante,  presso pronti soccorsi già oberati da un numero assurdo di accessi ,più o meno adeguati,  per ottenere una prescrizione medica che in Italia è obbligatoria, quale stravagante tributo all’ideologia “proibizionista” in tutto ciò che riguarda la materia sessuale. Siamo allarmati per lo scarso ricorso dei nostri giovani alla contraccezione? Bene, allora perché non prendiamo le misure necessarie per informarli ed educarli?  Studi recenti dimostrano come le informazioni che arrivano ai giovani provengono da fonti non adeguate e quindi possono essere errate.  Nella gran parte dei casi queste informazioni provengono da amici, cinema, televisione e libri. Sono poco rappresentate le figure istituzionali che possono dare informazioni corrette (insegnanti e medici) e pressoché assente è il ruolo della famiglia e delle altre istituzioni nella trasmissione di queste informazioni. Insomma, se da una parte accusiamo i giovani di  essere ignoranti e poco responsabili, dall’altra assistiamo ad una indecente latitanza delle istituzioni  di fronte a quello che rimane ancora un vero e proprio tabù nell’iter formativo delle giovani generazioni. Come possiamo  saltar loro addosso, in uno schizofrenico  gioco delle responsabilità? Schizofrenia tutta italiana, che mette il nostro paese, con vergognoso primato, all’ultimo posto nell’utilizzo dell’aborto farmacologico, ormai applicato anche in paesi quali la Tunisia dal 2000! La storia della RU486 in Italia è patetica: l’approvazione del suo uso nell’indurre l’interruzione volontaria della gravidanza risale al 30 luglio 2009. Da allora le Regioni si sono date diverse linee guida che rendono più o meno impraticabile il ricorso a tale metodo. Nel Lazio in particolare sono richiesti  posti letto “dedicati” , proprio nel momento in cui vengono effettuati tagli  dei posti letto in tutti gli ospedali . Tutto questo in nome di un’ ignorante applicazione del metodo, che presuppone la necessità di un “controllo” della paziente che ha assunto la RU486 in regime di ricovero ordinario, quando tutta la letteratura internazionale dimostra che l’evento da controllare non avviene dopo la somministrazione del mifepristone, ma 48 ore dopo , con l’assunzione  delle prostaglandine che scatenano la  vera e propria espulsione dell’aborto. Basterebbe che avessero letto un po’ di letteratura! E tutto questo perché “la pillola abortiva di fatto è contro la 194, vuole far diventare l'aborto solo un fatto privato facendolo scomparire dalla scena pubblica, come anche dalla consapevolezza di chi lo pratica". Questo argomento merita di essere sviluppato: si sostiene che l’opposizione all’aborto farmacologico si fonda sulla preoccupazione che la donna venga lasciata “sola” nel suo percorso di scelta abortiva. Io vorrei immaginare che la Roccella avesse una figlia che si  trovasse nella tragica situazione di dover interrompere una gravidanza: per quale strano motivo la soluzione chirurgica, magari praticata in anestesia generale, le sarebbe di maggior conforto rispetto all’altra scelta, di assumere un farmaco e di avere un aborto paragonabile ad un aborto spontaneo?  Si sentirebbe meno “sola”? Vogliamo tenere in conto il parere della figlia? Per quale motivo questa figlia si sentirebbe maggiormente confortata in una camera operatoria, magari voluta da lei? Davvero si pensa  che camera operatoria uguale scena pubblica uguale maggior consapevolezza?? No, la vera posta in gioco è che la soluzione chirurgica rappresenta un luogo di potere. Dello stato,della legge, dell’autorità morale, che condanna la donna che abortisce ma che la assolve se lo fa passando per la porta stretta della camera operatoria. Poco importa se con un’anestesia generale, che , bontà dei sostenitori dell’aborto chirurgico, rappresenta comunque la pacificazione dell’atto peccaminoso. No, questa  equazione è inaccettabile per chi esercita la pratica medica, consapevole che al paziente  vada offerta tutta la gamma delle possibilità che l’arte medica offre, spiegandone tutti i vantaggi e gli svantaggi  e lasciando la paziente nella piena capacità di scegliere il metodo migliore per lei in quel momento. Anche questo è educazione sessuale.

Giovedì, 3 Febbraio, 2011 - 13:35

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