Il patto tra medico e paziente

di Mario Riccio

Il malato terminale sceglie che terapie ricevere o quali rifiutare.La volontà verrà rispettata.

Il progetto inglese del patto medico paziente era un qualcosa che e' comparso rapidamente sulla nostra stampa italiana. Si trattava di riportare correttamente la notizia che l'ordine dei medici inglesi e quello anche degli infermieri proponeva: una sorta di patto tra il paziente, in particolare il paziente affetto da patologia terminale, e il medico curante, quello che noi possiamo definire il nostro mutualista; questo patto si basava sulla veridicità della diagnosi e della prognosi, sul fatto che il paziente, l'unico soggetto titolato a ricevere informazioni sulla sua malattia e prendere decisioni, (qualora non sia il soggetto stesso includere altri soggetti, familiari, decisori sostitutivi), deve essere informato della propria patologia. Poi concorda con il proprio medico curante quale sarà il percorso,quali le terapie che intende ricevere, quando intende finire, limitare queste terapie.
L’ aspetto più importante è l'aspetto finale dove il paziente chiariva col medico che livello di sedazione, di terapia antalgica intendeva ricevere, che poteva essere una terapia antalgica, antidolorifica fino a una sedazione che può essere terminale. Tutto questo e' un percorso lontano anni luce dalla nostra realtà, forse presente unicamente in poche realta', cioe' le realta' degli hospice.
Come dice la Podesta' di Bonatti, e' diventato anche un esempio di come si può morire male nel nostro paese. Tenendo per buono tutto quanto scrive, e dice Rosanna Podesta', vi era stata già fra loro una sorta di pianificazione della loro fine vita, perchè fa riferimento al fatto che erano andati da un notaio dove avrebbero compilato e lasciato alcune dichiarazioni che si basavano innanzitutto sulla veridicità delle loro rispettive patologie, sul raccontarsi e sostenersi nel caso di necessità.
In verità poi c'e' questo aspetto dove la stessa Podestà sostiene che non ha avuto poi il coraggio di dire la verità della patologia a Bonatti e quindi dobbiamo ritenere che Bonatti sia morto senza conoscere quale fosse la sua patologia, patologia che lasciava poco spazio a possibilità terapeutiche se e' vero come risulta che avesse una neoplasia avanzata del pancreas.
Ma quando nascono i problemi di questa coppia? Quando la compagna non rivela la verità al suo compagno, a Bonatti, al quale gli viene tolta questa possibilità di decidere su se stesso, e descrive un fine vita fino a un certo punto anche dignitoso; il problema nasce quando lui sta male, sostanzialmente ha una insufficienza respiratoria, ha una localizzazione anche polmonare della sua malattia e la compagna vuole ospedalizzarlo e questo in un patto di fine vita non invasivo dove sembrava di avere capito che non si volessero comportamenti, atteggiamenti particolarmente invasivi dal punto di vista terapeutico; il compagno e' ricoverato in una sorta di terapia intensiva o semiintensiva dove lei viene messa alla porta: questo mi fa pensare ai concetti anglosassoni di terapia aperta, di superamento di questa fase del vetro che divide il paziente dal parente, sul paziente poi ci sono 3 mila operatori sanitari che con lo stesso camice vanno a bere il caffe', anche fuori il policlinico qui a Roma si vede, invece il parente non può avvicinarsi al malato perché altrimenti si infetta. La cosa più assurda quando lei, da inesperta, ma con buonsenso vede Bonatti che ha difficoltà respiratorie, quindi gli dice facciamogli della morfina, pare che il medico curante gli dica no la pressione e' molto bassa se gli faccio la morfina muore. Ma sta morendo, morirà da lì a poche ore: questo concetto non ancora superato della morfina; nel ‘60 l'allora Papa disse che si potevano usare su espressa domanda farmaci a base di morfina, sappiamo che c'e' un effetto collaterale, ma sappiamo l'assurdità di dire non possiamo fare la morfina.
(Trascrizione e sintesi dell’intervento non rivista dall’autore)
 

Giovedì, 1 dicembre, 2011 - 14:43

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