La riflessione L’ITALIA DEI DISASTRI AMBIENTALI

 

Il dissesto culturale devasta il paese complice la politica

di angiolo bandinelli

Siamo tra i più arretrati in Europa per salvaguardia del territorio. Inascoltato il monito del Libro Giallo della Peste italiana
 

Non c’è giorno, non c’è nubifragio o nevicata che passi senza che i giornali non debbano riportare di un incidente, una catastrofe, un disastro rovinosamente abbattutosi sulla natura, sul paesaggio, sul territorio italiano. Non parliamo tanto delle grandi catastrofi, il terremoto del Friuli o dell’Aquila, l’esondazione dell’Arno, lo sbriciolamento della diga del Vajont. Cose analoghe, più o meno, possono accadere e accadono dovunque, a New Orleans o nel Pacifico, sulle coste della Louisiana o dell’Alaska, come ci ricorda il recente, terribile terremoto che ha colpito mezzo Giappone. Sono eventi per i quali usare la parola “fatalità” non è del tutto improprio, anche quando siano provocati dall’uomo: avrebbero potuto essere prevedibili, e se ne sarebbero potuti anche ridimensionare i danni, ma senza mai poterli scongiurare del tutto. Quello che sembra invece essere un male cronico tipico del nostro paese sono le “piccole” catastrofi, i “piccoli” disastri ambientali. Meno appariscenti, non colpiscono la fantasia, interessano solo la stampa e l’opinione pubblica nazionale, o magari solo quella regionale, ma sono forse i più perniciosi e insidiosi. Se non altro, perché sono ricorrenti, recidivi. Può essere la tracimazione di un torrente nel sud, la slavina nell’arco alpino, il crollo di vecchie case di un paesino del centro Italia. Piccoli eventi, ciascuno di per sé poco significativo. Messi assieme, ci danno invece una immagine devastante del paese. Da qualche tempo abbiamo imparato a valutarli correttamente, quanto meno non ripetiamo più il concetto sotto il quale li classificavamo, senza pudore, fino a poco fa: “Un evento naturale”, “una fatalità”, “un imponderabile”. Questi alibi non reggono più, e infatti non vengono quasi più utilizzati. Abbiamo finalmente acquisito la consapevolezza che la grandissima parte di questi eventi distruttivi è provocata, direttamente o indirettamente, dall’uomo, da noi. E non solo, o non tanto, per omissione, per incuria e disattenzione o anche per incapacità culturali.

Negli anni si è diffusa, almeno a livello di informazione generica, la nozione che il paesaggio - non quello turisticamente divenuto famoso, ma quello che noi quotidianamente viviamo attorno alle nostre città o dentro di esse - è opera dell’uomo, è il prodotto di una attività antropica sedimentata nel corso dei secoli, fino ad acquisire quel carattere che noi definiamo “naturale” e mostriamo di ammirare. Così identificato e capito, il paesaggio deve essere difeso nei suoi valori storici e culturali, che sono insostituibili, e sono divenuti anzi parte della nostra identità più intima. E deve essere difeso non saltuariamente, con interventi eccezionali dettati dall’emozione suscitata da una catastrofe, ma costantemente, con una indefessa attività di protezione, di sviluppo, di crescita compatibile. L’attenzione verso il paesaggio non appartiene alla “protezione civile” ma alla cultura. Alla cultura, e alla politica. Questo, però, non avviene: l’Italia è, sotto questo profilo, uno dei paesi più arretrati d’Europa. Perché? La spiegazione più precisa e completa ci è data ancora una volta dalle pagine del libro giallo del “La peste italiana”, curato dal collettivo del “Satyagraha” radicale. Al tema viene dedicato un intero capitolo, con titolo “Dal dissesto ideologico al dissesto idrogeologico”.

In qualche misura - va detto senza che la constatazione divenga un alibi, anzi - i disastri naturali lamentati in Italia sono una conseguenza della natura idrogeologica del paese. Nella loro famosa inchiesta sulla Sicilia, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino sostennero, smentendo le stucchevoli agiografie che lo dipingevano come il “giardino d’Italia”, che il Sud, il Mezzogiorno era uno “sfasciume geologico”, un’area dunque già critica per ragioni naturali. E finché l’area, come del resto l’intera Italia, restò sotto popolata, con insediamenti umani radi e leggeri, i fattori naturali ebbero un peso scarso, non comunque drammatico, salvo episodi isolati, come il terremoto che distrusse Messina nel 1908. Quando la popolazione crebbe, in conseguenza del miglioramento della qualità della vita, a ritmi anche esponenziali, la fragilità e la pericolosità ambientale divennero fattori scatenanti di veri e propri disastri. In particolare, il secondo dopoguerra conobbe una antropizzazione e “cementificazione” del territorio senza precedenti nella storia del paese. E proprio a questo punto va messa sotto accusa la (ir)responsabilità della classe politica. Il “dissesto” ideologico sviluppatosi nel dopoguerra con la progressiva, inarrestabile “occupazione” dello Stato da parte di classi politiche autoreferenziali, fedeli più all’appartenenza partitica che all’interesse collettivo e ai doveri istituzionali, ha fatto sì che quasi sempre le considerazioni, le osservazioni, i rilievi avanzati di volta in volta e nei diversi contesti dai tecnici, dagli esperti, dagli stessi abitanti, in merito al paesaggio, all’ambiente, ecc., sono stati disattesi, travolti, cancellati.

L’attenzione dell’opinione pubblica è attualmente concentrata sul tema dei rifiuti. E’ solo l’ultima crisi ambientale italiana. Il governo (ma forse tutti gli ultimi governi) hanno trattato il tema sotto la categoria dell’emergenza. Ma se oggi siamo ridotti a questa condizione è esclusivamente grazie a politiche dettate puramente dalla speculazione, dalla connivenza della classe politica con mafie e camorre varie, e dalla sua irresponsabilità istituzionale, insomma - ancora una volta - il “dissesto ideologico” del “Libro Giallo”.

Qualcosa venne tentato, anche in forma organica: la Legge n° 431, 8 agosto 1985, nota come Legge Galasso (dallo storico e politico Giuseppe Galasso) è la prima normativa organica per la tutela dei beni naturalistici ed ambientali in Italia, (mentre la prima legge per la tutela del paesaggio è la 1497/39). Ebbene, questa legge è in larghissima misura non rispettata e scientemente elusa. Che questa inefficienza globale sia conseguenza di un vero “dissesto ideologico” e non solo di colpose omissioni, lo conferma un altro fenomeno, che neppure il “Libro Giallo” menziona: la magistratura, pur avendone i poteri e gli strumenti, non interviene quasi mai per fare applicare le leggi esistenti - appunto la Galasso. In tema di ambiente, la magistratura mostra molto più rispetto per gli interessi lucrativi e speculativi che per quelli pubblici. In questi giorni, a Roma, la Procura ha aperto un’inchiesta sui condoni edilizi, anche falsificati, grazie ai quali migliaia di nuove costruzioni si sono abusivamente aggiunte ad un sistema urbano già compromesso. Perché l’inchiesta viene avviata solo oggi, quando i buoi sono già scappati dalla stalla? E infine, per tornare alle responsabilità dei politici in senso stretto, quando si deve escogitare un modo straordinario per pompare altro denaro nelle casse dello Stato, ecco che arriva, puntuale, il condono edilizio, con il quale si “sana” ogni, o quasi, malefatta. E’ un circolo vizioso, che mette in causa, ancor prima che sia stato scoperto il dramma dei rifiuti e della loro strumentalizzazione da parte di mafia e camorra, il “dissesto ideologico” del sistema politico italiano: senza colpe, ancora una volta, della natura o della fatalità.  

Mercoledì, 6 aprile, 2011 - 13:52

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