Aborto farmacologico/2

Il "colpo di fulmine" non fa statistica

Silvio Viale

 

La tanto sbandierata mortalità della Ru486 - 0,6 casi su 100.000 - è sporadica, come lo è la possibilità di essere colpiti da un fulmine.

Grazie all’opposizione della Chiesa e dei militanti cattolici la Ru486 è diventata un simbolo laico che ha rotto l’egemonia dell’attivismo pro-life ed ha costretto il fronte pro-choice ad uscire dal silenzio. Merito di questa vittoria per le donne va ad una pattuglia di ginecologi e a tutte quelle donne che l’hanno utilizzata in Italia ed all’estero. Va anche ai radicali e all’Associazione Luca Coscioni che ne hanno fatto un punto centrale della propria iniziativa in diverse regioni, scindendo sempre l’aspetto scientifico da quello politico. Alla fine, sebbene dopo alcune esitazioni, l’AIFA ha fatto il proprio dovere resistendo alle pressioni di una parte del governo.
Stupisce, comunque, la reazione rabbiosa del Vaticano nei confronti dell’AIFA – la prima è stata quella della Pontificia Accademia per la Vita con sede nello Stato della Città del Vaticano – che è apparsa sproporzionata se si considera che, per ragioni scientifiche e di buona pratica sanitaria, non poteva essere diversa. Inoltre si può dire che il momento della sconfitta fu l’inizio della sperimentazione a Torino che ha innescato i fatti successivi. Difficile pensare che, a trenta anni dalla sua scoperta e a venti dalla sua introduzione, l’ostracismo verso la RU486 potesse durare ancora e che l’AIFA potesse respingere la richiesta. Quella stessa che nel 1999, per motivi politici, non fu presentata in Italia, mentre lo fu negli altri paesi della UE.

Davvero il Vaticano si aspettava il no dell’AIFA? Non credo. Il Vaticano sa bene che le obiezioni scientifiche del sodalizio Roccella-Morresi, integrate dalle sbraitate di Volonte e di Gasparri, non hanno gambe per marciare. Sa bene che potrà continuare a chiamarla “kill pill”, “pesticida” o “insetticida”, che l’Avvenire e il Foglio in doubleface potranno continuare a sparlare dell’aborto medico, ma sa che le falsità della propaganda italiana sono destinate cadere. La tanto sbandierata mortalità è sporadica, come lo è la possibilità di essere colpiti da un fulmine, e una eventuale mortalità di 0,6 su 100.000 non avrebbe alcun significato clinico. Basti pensare che si considera “molto raro” un evento che colpisce 1 paziente su 10.000. Del resto, perché mai un medico come me dovrebbe metterci la propria faccia se il metodo non fosse sicuro?

Ma, allora, perché una reazione così arrabbiata ? Per spiegare una reazione così rabbiosa del Vaticano credo che occorra tirare in ballo la sindrome NIMBY, acronimo che sta per “Not In My Back Yard”, e il fatto che le gerarchie vaticane pensano che l’Italia sia il loro cortile. Un cortile dove un capo cortile che parla di tutto, dal centravanti del Milan all’inno di Mameli, che ci racconta che non è un “santo”, ma che sull’aborto sta zitto. E’ sbagliato chiedere di sapere cosa pensi il nostro capo cortile, pardon, il nostro Presidente del Consiglio. Nel 2008 la RU486 è stata registrata in Portogallo, Romania e Lettonia. Nel 2009 l’aborto è ancora vietato in Polonia, Irlanda e Malta. Coraggio Silvio! Raccontaci in che cortile siamo!

 

Esperienza italiana

Oltre a Torino altri 26 ospedali hanno potuto utilizzare LA RU486. Su 1778 casi (Torino, Pontedera, Trento, Bologna, Ferrara, Parma, Ancona, Bari) solo nel 5,4% c’è stato bisogno dell’intervento chirurgico, con il 94,6% delle donne che lo ha evitato. Un antidolorifico è stato dato nel 23%, il 14% ha avuto nausea e il 5,8% diarrea. In un solo caso è stata eseguita una trasfusione. L’intervento chirurgico è lo stesso di quello che si esegue per l’aborto chirurgico.
Ora dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale si dovrà valutare le indicazioni della scheda tecnica approvata dall’AIFA, per cui è probabile che si dovrà attendere ancora un paio di mesi per l’uso effettivo.
 

Aborto chirurgico e aborto medico

Non è vero che l’aborto medico dura di più e ha più complicazioni. Il numero di appuntamenti per il certificato, per gli esami, per l’anestesista, per l’intervento e per i controlli variano da ospedale ad ospedale, ma sono simili per entrambi. Per l’aborto chirurgico si usano più farmaci: spesso una prostaglandina prima dell’intervento, l’antibiotico, i farmaci per l’anestesia e gli antidolorifici. Dopo un aborto chirurgico c’è un rischio di 1-4% di dovere eseguire un secondo intervento. L’aborto chirurgico non si fa prima di 7 settimane, mentre quello medico si può fare prima. Entrambi implicano un certo impegno e sono due interventi molto sicuri con un basso tasso di complicazioni.

Lunedì, 14 settembre, 2009 - 11:25

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