Le origini del liberalismo

Ignoranza e libertà

di Lorenzo Infantino

Il liberalismo classico non è un articolo che si vende tutti i giorni, quindi incontrare delle persone che mi chiedono di parlare di questo tema costituisce una sorpresa ed è anche una gradita sorpresa. C’è stata una stagione in Italia in cui tutti si chiedevano che cosa fosse il liberalismo e molte persone facevano a gara per dichiararsi liberali, adesso siamo in una fase di ristagno e quindi il liberalismo è divenuto un articolo che si tiene nel dietro bottega. Si crede di poter raggiungere gli obiettivi di gestione del potere con altri strumenti, ma i risultati che questi strumenti poi danno sono davanti agli occhi di tutti e sono nulli, per cui la società italiana è una società statica, una società che da poca prospettiva ai giovani e i giovani sono il panorama più bello che ci possa essere nella vita, vedere i loro tentativi di imboccare una via, di abbracciare una carriera, il più bel panorama che ci possa essere per un uomo. Partiamo da una definizione.

Il liberalismo è l’idea della libertà individuale di scelta conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico. Tale nozione affonda le sue radici nell’antichità classica, ma ha assunto la sua forma moderna a partire dalla metà del ‘600 e del secolo successivo come insieme dei principi politici dei Whigs inglesi. Stando a Benjamin Constant, che fu fortemente influenzato dai pensatori scozzesi, ci fu un unico stato che nell'antichità praticò l’idea liberale e fu Atene. Una tesi questa che in tempi più recenti è stata condivisa da studiosi molto qualificati. Gustave Glotz è giunto ad affermare che Atene è da considerarsi la terra classica della libertà, il luogo in cui lo Stato doveva mettere tutta la sua potenza al servizio degli individui. Da parte sua Max Polence, ha sostenuto che ad Atene fece la sua comparsa il principio del liberalismo moderno, secondo cui ciascun cittadino deve conservare la sua libertà di pensiero, di agire autonomamente e di manifestare la propria opinione mentre lo Stato ha da immischiarsi, quanto meno possibile, nella vita privata dei singoli. Perché le pubbliche autorità devono interferire il meno possibile con le attività volontariamente svolte dai cittadini?

Il liberalismo muove da una premessa di carattere gnoseologico, una premessa che ha le sue radici nella teoria della conoscenza, che accompagna tutta la sua storia, molto spesso trascurata. Noi poniamo alla base del liberalismo tante affermazioni ma la verità è che alla sua base vi è la premessa tratta dalla teoria della conoscenza. Tale presupposto consiste nel riconoscimento dell'ignoranza e della fallibilità dell’essere umano. Lord Acton, ha considerato Solone come il più profondo genio politico dell'antichità per il fatto che questi fu esemplarmente consapevole del problema dei limiti della conoscenza umana e a causa di ciò respinse l'idea di mettere la vita collettiva nelle mani di un unico legislatore ritenuto portatore di una sorta di onniscienza. Quindi, poiché gli uomini sono fallibili non possiamo affidare a nessuno di essi tutto quanto il potere, non possiamo affidare la nostra vita ad un uomo che si presume avere una conoscenza illimitata o addirittura superiore. Se tutti siamo ignoranti e fallibili nessuno può ergersi a depositario di un punto di vista privilegiato sul mondo, essere portatore di una conoscenza superiore. Dobbiamo tutti poter esercitare la nostra possibilità di scelta, i nostri progetti, per poter così semplicemente scoprire le migliori soluzioni o capire chi di noi sa far meglio. Il che può essere garantito solo tramite l’adozione del principio di uguaglianza davanti alla legge e il tutelato riconoscimento della proprietà privata. Se non siamo uguali dinanzi alla legge non abbiamo titolo per esprimere, per formulare, articolare i nostri progetti. Il liberalismo è la lotta contro la presunzione che ci possa essere una fonte privilegiata della conoscenza e contro la conseguente assunzione che tale fonte possa legittimare un potere politico illimitato, repressore dell’autonomia individuale. Tutto ciò emerge con particolare chiarezza nelle vicende del ‘600 inglese. Dalla lunga contrapposizione fra monarchia e parlamento, dalla guerra civile, dall'emanazione dell’Habeas corpus del 1679 e dalla gloriosa rivoluzione 1688. Eventi dentro i quali hanno svolto un ruolo decisivo le libertà conquistate nel periodo medievale, si pensi a Carlo I, costretto a convocare il Parlamento per la imposte necessarie al finanziamento bellico, si tratta di un processo che ha portato al potere il partito Whig i cui principi trovano la loro classica formulazione nel secondo trattato di John Locke.

Questo ci fornisce la base da cui partire e tuttavia egli ha dato una spiegazione delle istituzioni più razionalistica di quella che sarebbe stata fornita nel ‘700. Locke sbaglia come esito della sua credenza di una legge di natura di per sé evidente e intellegibile, proprio a causa di ciò egli ha lasciato alla politica la possibilità di una sovranità che sia pure controllata e limitata e in contrasto con le sue stesse premesse, perché se c’è una verità evidente, c’è qualcuno che può reclamare il diritto di possedere questa verità evidente, ma questa verità evidente non esiste in nessun luogo. Per vulnerare definitivamente il mito del grande legislatore e della sua onniscienza sarebbe stato necessario attendere l'opera di tre grandi studiosi: Bernard de Mandeville, David Hume, Adam Smith. Questi sono coloro i quali inaugurano la tradizione evoluzionistica, chiamati da sir Friedrich Pollock “i darwiniani prima di Darwin”.

Quella che è nota come legge di Hume, stando alla quale non è possibile derivare da proposizioni prescrittive a proposizioni descrittive, è una teoria già presente in de Mandeville e condivisa da Smith. Che cosa significa che non è possibile derivare da proposizioni prescrittive a proposizioni descrittive? Significa che dobbiamo separare i fatti dai valori, soprattutto significa che non c’è la scienza del bene e del male, nessuno di noi può affermare di avere la verità assoluta, nessuno di noi può dettare la scienza del bene e del male, nessuno di noi ha la tavola della verità, detto con le parole di Hume, la moralità non sussiste in alcun dato di fatto che si possa scoprire con l'intelletto, la morale non è oggetto della ragione, il vizio sfuggirà completamente fino a quando troverete nel vostro cuore che è sorto un sentimento di disapprovazione nei confronti di questa azione: ecco allora che è oggetto del sentimento e non della ragione! Dal rifiuto non si può essere liberali pensando di essere onniscienti, di essere in un punto privilegiato del mondo o pensando di possedere la scienza del bene e del male. La legge di Hume colpisce alla radice la pretesa della scienza del bene e del male e costituisce un’invalicabile barriera difensiva per le libertà di coscienza, ognuno può immolare i propri Dei. C'è un bellissimo brano di Max Weber che dice: "La nostra vita è nelle mani del destino e non nelle mani della scienza", non è la scienza che governa il nostro destino, la nostra vita e quindi la legge di Hume è alla base della libertà di coscienza.

Non c'è nessuno che abbia titolo per imporci le sue credenze, i suoi valori, i suoi principi. Pone una pietra tombale sull'idea di uno stato confessionale: una volta che rifiutiamo l’idea della scienza del bene e del male non ci può essere uno stato confessionale e fornisce la base per la convivenza tra soggetti portatori di differenziate concezioni filosofiche e religiose nel mondo. Non è però solamente tramite questa legge che il liberalismo vulnera il mito del grande legislatore, l’attacco sul piano della scienza del bene e del male colpisce un fronte della situazione, un fronte del mito del grande legislatore. Adam Smith ha marcatamente sottolineato l'esistenza del problema della dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo per il legislatore. Il mito del grande legislatore, viene colpito su due fronti: Hume che dalla sua legge ci impone di rifiutare la scienza del bene e del male, quindi sul piano dei valori, e poi Smith, sul piano più strettamente gnoseologico, quando ci dice che ognuno nella sua condizione locale sa fare molto di più di un legislatore o di un senato o di un'assemblea.

L'obiezione gnoseologica che Smith muove all'interventismo economico del legislatore e della politica, in genere vale anche nei confronti dell'interventismo legislativo, sarà poi usata da Costa nella sua critica alla “scienza della legislazione” di Filangieri e si ritroverà anche in François Risoue e in Alexis de Tocqueville. Una volta però colpita la funzione del grande legislatore e attraverso il rifiuto della scienza del bene e del male, sia mediante la teoria della dispersione della conoscenza, occorre vedere cosa deve essere collocata al suo posto. Noi abbiamo colpito il mito del grande legislatore, ma al suo posto che cosa mettiamo? Il grande legislatore realizza l'ordine sociale, la compatibilità fra l'uomo e le azioni degli uomini attraverso un piano, attraverso il piano unico, quindi l'ordine che si realizza nella società è un ordine intenzionalmente creato dal legislatore che ha una conoscenza superiore e ci dice che cosa dobbiamo fare, il che rende incompatibili le nostre azioni. Questo è un ordine intenzionale ma, se noi diciamo che il grande legislatore non può fare questo per le ragioni che abbiamo detto, Hume, nel “trattato sulla natura umana”, con particolare attenzione al fatto che le tre leggi fondamentali della convivenza - la stabilità del possesso, la trasferibilità per consenso e delle promesse - non sono state intenzionalmente create dagli uomini. Quindi le regole fondamentali per la nostra convivenza non sono state create intenzionalmente da un grande legislatore, da un uomo onnisciente. Il diritto e la morale, come il linguaggio e la moneta, non sono prodotti programmati dalla mente umana, ma istituzioni o formazioni nate senza una previa progettazione tramite l'interazione fra i soggetti. Noi interagendo inintenzionalmente o involontariamente creiamo norme, cioè la vita sociale secerne senza che noi ce ne rendiamo conto norme e istituzioni. Le norme e le istituzioni non nascono solamente per via intenzionale, anzi queste sono pericolose perché sono create da una singola mente. La convivenza, invece, provoca in modo non intenzionale norme e istituzioni che sono il prodotto di un processo sociale allargato e quindi più ricco e fecondo. Hume ha inoltre sostenuto che solo regole generali ed inflessibili possono assicurare l'ordine sociale e qualunque violazione di tali regole, pur consentendo la realizzazione di un qualche vantaggio a beneficio di qualcuno, costituisce una violazione dalle conseguenze disastrose per la convivenza. Qui bisogna fare una distinzione che è fondamentale se vogliamo capire che cosa sia il liberalismo e quali sono le ragioni per cui alcuni paesi si trovano nel pantano e da cui difficilmente potranno uscire. Il liberalismo scozzese è propugnatore dell'utilità delle regole, in contrapposizione all'utilità degli atti o delle azioni.

Se noi osserviamo la vita politica italiana è una sequela di provvedimenti adottati alla luce dell'etica di utilità degli atti, che di volta in volta comportano la modifica, la vulnerazione di regole precedenti, realizziamo dei vantaggi provvisori, ma siamo ciechi rispetto alle conseguenze di medio e lungo periodo. Per cui veniamo abbagliati da ciò che momentaneamente otteniamo senza renderci conto che quei vantaggi misurati con ciò che ci precludiamo sono poca cosa e quindi ci precludiamo molte altre cose e molto più importanti. Ecco perché i moralisti scozzesi hanno elaborato l'idea dell'utilità delle regole; se voi attraversate la strada in un'area non protetta dalle strisce pedonali in Inghilterra vi mettono sotto, ma se attraversate la strada dove ci sono le strisce pedonali state pur certi che l'automobilista si ferma trenta metri prima. Questa è l'utilità delle regole, cioè osservare sempre le regole, perché le regole ci privano dei vantaggi immediati forse, ma ci danno dei vantaggi poi nella convivenza di medio e lungo periodo che sono di gran lunga maggiori. Noi, invece, è costume della nostra tradizione, viviamo sull'utilità degli atti, se questi avvantaggiano noi stessi o i nostri amici, li poniamo in essere, il che significa che dobbiamo di volta in volta cambiare le regole e questa è una problematica grossa perché investe la questione della decadenza morale di una società. C'è qui tutta la lezione della tradizione di common law, del diritto del prodotto non intenzionale del legislatore, ma come risultato di una lunga elaborazione giurisprudenziale, quindi dire che le regole della convivenza nascono dentro questo lento processo e non esiste un uomo intelligente o onnisciente che di volta in volta ci dice ciò che dobbiamo fare, che è come tendere la mano al potente di turno per chiedere il vantaggio, per mendicare un vantaggio e questo contraddice le regole della convivenza, perché noi di volta in volta stendiamo la mano verso il potente di turno, in una corsa in cui prevale il più furbo o quello più vicino al potere politico e che è in grado di scambiare con lo stesso potere politico. Quello che invece il liberalismo classico esprime è l'idea della permanente idea della giustizia impersonale della sovranità della legge, del diritto come esito complessivo di una estesa interazione o di un esteso processo sociale. Anche Smith aveva programmato di scrivere una teoria del diritto il che fa parte dei propositi non realizzati. C'è sempre nella vita di uno studioso un progetto, un proposito che non si realizza perché il tempo è tiranno. Importante è rammentare che ogni volta che ha affrontato problemi giuridici, Smith ha condiviso gli stessi principi di Hume ed è ancora più importante rilevare che il suo maggior contributo consiste nella spiegazione del processo di mercato dove egli ha utilizzato la nota metafora della mano invisibile, cioè quella della teoria delle conseguenze intenzionali, delle azioni umane intenzionali. La mano invisibile è un'applicazione della teoria delle conseguenze inintenzionali. Voi sentite parlare di mani invisibili anche da parte di dotti economisti, ma il più delle volte vi dicono delle cose lacunose e deludenti. Non si capisce la mano invisibile di Smith se non si ha presente l'idea che accanto alle azioni umane intenzionali c'è una cascata di conseguenze che noi non avevamo preso in considerazione.

La mano invisibile di Smith è un applicazione della teoria delle conseguenze non intenzionali, teoria di cui aveva già fatto largo uso Bernard de Mandeville nella favola delle api e di cui aveva fatto uso Hume, perché utilizza la teoria delle conseguenze inintenzionali per spiegare il problema della morale e del diritto. Infatti, le norme nascono inintenzionalmente dall'interazione. Smith utilizza le teoria delle conseguenze non intenzionali in campo economico. Smith ha diviso l'azione umana in due parti: in quel che facciamo per realizzare i nostri progetti e quello che dobbiamo fare per ottenere la cooperazione altrui. Nessun nostro progetto si può realizzare senza la cooperazione degli altri, ciascuno è mosso dall'esigenza di perseguire i propri fini, tuttavia poiché ogni attore ha bisogno dell'azione di altri deve fornire a questi i servizi che questi richiedono in cambio. La vita è cooperazione, perché c'è l'azione nostra e l'azione dell'altro, perché senza l'intervento dell'altro noi non possiamo realizzare i nostri progetti.

Ognuno è interessato ai propri scopi, per raggiungerli deve però cooperare con le controparti, così si favorisce, sia pure inintenzionalmente, il benessere altrui. Perché se io faccio ciò che gli altri mi chiedono, affinché essi mi diano la loro cooperazione, loro utilizzeranno le risorse o la mia prestazione per i fini che essi intendono realizzare. Nel campo squisitamente economico su cui Smith si è prevalentemente soffermato, il tutto è facilitato dal fatto che la proprietà privata, l'autonomia individuale e la conseguente trama interattiva danno vita ad un sistema di prezzi monetari, cioè interagendo gli uomini fanno nascere norme nel campo del diritto e della morale e i prezzi nel campo dell'economia, perché il prezzo nel campo dell'economia è una norma, la norma è il rapporto in cui una prestazione si scambia con un'altra prestazione; il prezzo è il rapporto in cui un bene si scambia con un altro bene.

La moneta permette infatti il conseguimento di un duplice risultato: consente il calcolo dei costi e rende possibile, essendo essa il mezzo per eccellenza, la cooperazione per le finalità che non devono ottenere l'accettazione altrui. In sostanza, io coopero con gli altri per fini sconosciuti, quindi la società aperta, la società liberale è una società in cui noi cooperiamo con gli altri e per fini che ci sono normalmente sconosciuti. Sulla scorta di quanto suggerito da de Mandeville, Hume e Smith si può delineare il funzionamento della scienza del bene e del male, poiché non c'è una gerarchia obbligatoria dei fini, questo è importantissimo. Non essendoci scienza del bene e del male non c'è una gerarchia obbligatoria dei fini, dove c'è gerarchia obbligatoria dei fini non ci può essere libertà. La cooperazione è scambio di mezzi. Noi con gli altri ci scambiamo mezzi, non dobbiamo condividere i fini, è come dire che il concetto di giustizia non è espresso in termini positivi, ma solamente in termini negativi.

Non a caso, Smith nella sua teoria sui sentimenti morali, dice che la mera giustizia è una virtù negativa, che ci impedisce di danneggiare il prossimo, chi semplicemente si astiene dal violare la persona, la lealtà o la reputazione dei propri simili ha di certo assai poco merito effettivo e tuttavia egli obbedisce a tutte le regole di ciò che è propriamente chiamato giustizia e fa tutto quello a cui i suoi pari potrebbero costringerlo o punirlo. Spesso si può obbedire a tutte le regole di giustizia standosene fermi, senza far nulla. La giustizia è un concetto che noi formuliamo in termini negativi. Noi, detto in altre parole, non abbiamo un test positivo di giustizia, abbiamo un test negativo. Come nella filosofia della scienza noi possiamo dire che questa teoria è stata confutata, ma non possiamo dire che questa teoria sarà sempre vera, così nella giustizia noi possiamo dire, questo è giusto, ma non possiamo dire che questo è giusto e tu lo devi fare. Noi abbiamo un test negativo che ci dice che cosa è negativo. Al di fuori di questo piccolo perimetro in cui vengono definiti i casi in cui qualcosa non viene accettato, non possiamo fare qualunque cosa e quindi la nostra libertà di scelta è grandissima. L'assenza di una gerarchia di fini fa il contenuto delle nostre azioni, ne discende che le regole che canalizzano la convivenza sono generali, astratte e vuote, ecco il diritto, che è regola generale astratta e vuota.

Le regole giuridiche sono come i semafori: valgono per tutti. Infatti, il diritto regola le situazioni serve per definire i limiti delle nostre azioni, tu puoi fare questo ed io quell'altro e danno perciò vita ad un ordine astratto che lascia indeterminato l'ordine concreto che si affermerà. Il diritto ci dice che l'ordine ci sarà, quale ordine si affermerà concretamente noi non possiamo saperlo in anticipo, ossia le norme generali astratte garantiscono che ci sarà compatibilità fra le azioni ma non è possibile sapere in anticipo il contenuto dell'ordine, proprio perché le nostre azioni non ci possono essere prescritte. Che l'ordine concreto non possa essere conosciuto in anticipo sta a significare che lo sviluppo sociale è da de Mandeville, da Smith e poi dalla scuola austriaca, concepito come sviluppo teleologico, ed è per tale ragione che sono stati definiti darwiniani.

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 17:40

Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689 79 286, Fax. +39 06 23 32 72 48, Email info [at] lucacoscioni.it
Posta Certificata: associazionelucacoscioni [at] pec.it