Global hectare: siamo 20 volte sotto il necessario

a cura di Domenico Finiguerra

L'Italia sta cavalcando ormai da diverse decine d'anni un'urbanizzazione selvaggia: la nostra impronta ecologica - un indicatore che ci dice di quanto terreno abbiamo bisogno - ci dice che l'italiano medio necessita di 3,14 global hectares. Ne abbiamo 0,14. Ciò significa che avremmo bisogno di tre Italie per soddisfare il nostro bisogno di mangiare...

Io ringrazio molto dell'invito a nome di tutto il movimento “Stop al consumo di territorio”. Vorrei partire proprio dal pragmatismo che prima veniva evocato, perché, se dobbiamo partire dai dati, questi oggi ci dicono che noi stiamo consumando al di sopra delle reali capacità del nostro Paese. Stiamo consumando territorio e stiamo andando a diminuire tutti i giorni la nostra capacità di darci da mangiare. La nostra impronta ecologica – un indicatore che ci dice di quanto terreno abbiamo bisogno – ci dice che l'italiano medio necessita di 3,14 global hectares. Ne abbiamo 0,14. Ciò significa che avremmo bisogno di tre Italie per soddisfare il nostro bisogno di mangiare; se continuiamo a mangiare ogni giorno è perché qualcuno in qualche modo ci sostiene. Possono essere le generazioni future a permetterci di vivere al di sopra delle nostre possibilità, oppure possono essere altre zone del pianeta. Detto questo, l'Italia sta cavalcando ormai da diverse decine di anni un'urbanizzazione selvaggia: piani industriali, piani di lottizzazione, centri commerciali, città satellite, outlet, opere accessorie e infrastrutturali, che hanno devastato molta parte del nostro patrimonio. Se c'è bisogno di una grande opera nel nostro Paese, non è il ponte sullo Stretto di Messina, ma una grande opera di recupero del nostro patrimonio paesaggistico e artistico, che sta andando incontro a una sorte abbastanza pericolosa. Se dovessimo mettere in moto l'economia abbattendo tutti gli ecomostri e tutti gli interventi che deturpano il nostro territorio, credo che ci sarebbero molti posti di lavoro da andare a recuperare. Questa crisi economica è frutto della speculazione edilizia; la bolla speculativa non nasce da altro se non dalla eccessiva produzione di volumi di cubatura. Questa bolla sta esplodendo, in alcune zone del pianeta è già esplosa, ed esploderà anche in Italia. Noi pensiamo di affrontare questa crisi, come dice qualcuno, “dando un altro bicchiere di birra a un ubriaco”? Immagino che, la sera in cui è stato approvato il Piano Casa, buona parte degli italiani abbia impugnato la propria cartina, facendo i conti per costruire 10 metri qua, 15 metri là; risponde a un istinto umano quello della liberalizzazione, ma lo Stato dovrebbe fare altro. In Italia l'urbanizzazione e il consumo di territorio sono sempre state motivate dal benessere, dallo sviluppo economico. Si sente sempre dire, quando un sindaco propone un piano regolatore o un centro commerciale: “arriveranno nuovi posti di lavoro”, oppure, “facciamo 500 villette, perché ci sarà la piscina e la scuola materna, quindi si migliorerà la qualità di vita dei cittadini”. Data l'altissima percentuale di consumo del territorio, 4 volte la Francia e 2 volte la Germania, noi dovremmo essere la locomotiva economica d'Europa, invece non è così. Alla luce di questi dati dovremmo avere la miglior qualità di vita d'Europa, e invece non è così. Per quale motivo? Per il semplice motivo che, in assenza di regole e di pianificazione, il consumo di territorio e l'urbanizzazione selvaggia producono scarsa qualità della vita. Vengo alla nostra esperienza, alla luce di questa contestazione nei confronti di un modello di sviluppo che non credo abbia creato degli effetti positivi: noi siamo nel centro di una mezzaluna fertile a sud di Milano, in un territorio che – grazie alla presenza del Parco del Ticino e al Parco Agricolo Sud – riesce a mantenere un buon livello di qualità ambientale e un equilibrio accettabile tra uomo e natura. La grande metropoli, però, soffre di incontinenza edilizia; ha zone che sono coperte per l'85%, come ha studiato molto bene la professoressa Treu, ed è in continua espansione. Sul Parco Sud e sul Parco del Ticino ci sono molti appetiti, perché è meglio una villetta in una zona tutelata dall'Unesco come il nostro Comune, che una alla periferia di Milano. Questa incontinenza edilizia ci ha posto di fronte al tema della resistenza rispetto a un consumo spinto del territorio. Dal satellite si può osservare la pianura Padana come un’unica megalopoli, che non è solo cemento ma anche inquinamento. È una bomba, viviamo nella zona più inquinata, con tassi di mortalità che sono molto alti; non è per fare terrorismo, ma io mi sono preso la briga di fare dei mini sondaggi sui miei cittadini e, una porta sì una porta no, c'è un caso di tumore. Probabilmente sono situazioni da cui il cittadino privato, nel momento in cui viene colpito, non fa discendere un comportamento politico perché è molto colpito direttamente, mentre finché non si è colpiti si pensa possa colpire solo gli altri. Noi siamo in questa situazione, e a febbraio abbiamo già superato i limiti delle emissioni. Questa megalopoli padana, che è un luogo brutto dove vivere e in cui personalmente non vorrei che i miei figli vivessero, è frutto di tante piccole decisioni di tanti piccoli, e grandi, comuni; ognuno di questi, nel proprio piano regolatore, prevede 10.000 abitanti in più, un centro commerciale, l'outlet, con scarsissima attenzione all'agricoltura. Per interrompere questo circolo, questo meccanismo perverso che porta i Comuni a cementificare, abbiamo deciso di adottare l'unica decisione concreta che un Comune può prendere: smettere di costruire, fermare l'espansione e puntare esclusivamente sul recupero. Non è corretto dire “Comune a crescita edilizia zero”, perché noi puntiamo moltissimo sul recupero del patrimonio esistente. Se ci fosse un'altra grande opera da fare oltre al recupero dell'agricoltura, sarebbe il recupero di tutti gli immobili e la riqualificazione di tutti i nostri immobili, che sono un colabrodo: ci sarebbe da lavorare per i prossimi cinquant'anni per tutte le imprese edilizie. Una grande opera potrebbe rimettere in moto i cappotti per consumare meno energia, i pannelli fotovoltaici per le energie rinnovabili, la geotermia. La nostra decisione di adottare questo strumento urbanistico è stata come gettare il sasso nello stagno di un dibattito abbastanza noioso. Oggi le ricette per rimettere in moto l'economia, per quanto si differenzino in qualche cosa, hanno sempre gli stessi ingredienti: crescita, competitività, sviluppo, consumo, l'incentivo all'auto, le grandi infrastrutture. Né il Partito Democratico né Pdl mettono in discussione il modello sotteso agli assetti esistenti, non pensano che magari la stessa crisi possa essere superata consumando meno, consumando meglio, crescendo in qualità e non in quantità. Se ne fa soltanto un discorso di PIL: costruire un’autostrada rimette in moto l’economia, fa crescere il PIL e dà tot numero di posti di lavoro. Io consiglio di andare su YouTube, per vedere come quarant’anni fa autentici democratici come Bob Kennedy abbiano messo in discussione questo tipo di impostazione. I democratici di casa nostra vogliono misurarsi con questa sfida o vogliono inseguire il mito della crescita infinita?

Martedì, 9 giugno, 2009 - 17:01

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