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Gli scienziati non sono pericolosi

di Maria Pamini

Per la generazione di coloro che sono cresciuti in piena Guerra Fredda, con l’incubo della bomba atomica, la scienza ha sempre avuto un connotato vagamente minaccioso e negli anni successivi, tra Ogm e clonazioni animali e umane, le cose non sono migliorate. Nonostante i benefici prodotti dai successi scientifici e tecnologici siano sotto gli occhi di tutti,basta dare uno sguardo agli oggetti che ci circondano e che usiamo abitualmente,non si attenua la secolare contrapposizione tra la natura, di per sé buona, e l’uomo che tenta di manipolarla. Per assurdo, il rapporto tra mondo scientifico e società si è incrinato anche a causa delle scoperte scientifiche che hanno reso il benessere ormai talmente diffuso e scontato, almeno nel mondo occidentale, da renderlo,per molti, il frutto di un processo naturale e non della libera ricerca. Nell’ultimo lavoro di Gilberto Corbellini ci viene mostrato come il progredire della scienza moderna non abbia soltanto consentito il raggiungimento di quel benessere e di quella sicurezza che sono necessari per un sistema democratico, ma abbia altresì insegnato “ai cittadini a pensare liberamente, a riconoscere come normale l’esistenza di punti di vista diversi, a valutare le differenti opinioni utilizzando criteri obiettivi e condivisi, e a giudicare i programmi politici sulla base della plausibilità di risultati conseguiti”.Come Corbellini sottolinea da subito,non sono gli scienziati ad essere individui migliori di altri, bensì è il metodo scientifico che è un patrimonio prezioso che va salvaguardato e sostenuto rafforzando “il pensiero critico, cioè la formazione intellettuale degli scienziati e i sistemi internidi controllo sulla validità dei risultati”.Ma perché l’Italia detiene il triste primato nell’umiliare la comunità scientifica?Corbellini ci propone una serie di casi,dall’esemplare e quindi immancabile Di Bella al bando della clonazione animale del 1997 alla legge 40, che mettono in luce come il dibattito scientifico in Italia sia particolarmente politicizzato. La stessa bioetica, nata negli Stati Uniti proprio per facilitare l’incontro tra scienza e società, in Italia è vista come una disciplina difensiva che deve proteggere l’uomo da conseguenze che una scienza refrattaria alla dimensione etica non riesce ad immaginare. Così, anche per responsabilità della comunità scientifica italiana che non è in grado di esprimere autonomamente e autorevolmente il punto di vista del mondo della ricerca, “la riflessione bioetica è diventata una pratica per professionisti dell’etica,del diritto o della politica, il che ha avuto come conseguenza principale quella di blindare culturalmente gli approcci umanistici sulla base dell’assunto che le scienze umane avrebbero per definizione un accesso privilegiato ai valori etici e alle forme del ragionamento morale”.Naturalmente, parlando di dibattito sulla scienza e sull’etica in Italia non si può tralasciare il ruolo preponderante giocato dalla Chiesa cattolica. Ad essa Corbellini attribuisce una strategia cosiddetta “dell’integralismo”,dettata dalla consapevolezza che “qualsiasi miglioramento della capacità umana di controllare o eliminare le sofferenze, i disagi e le mancanze sottrae influenza alla religione”.Per capire allora quello che per Corbelliniè forse il modo migliore per ridare ossigeno alla nostra sempre più minacciata democrazia, bisogna leggere l’augurio che rivolge, all’inizio del libro, al figlio Emanuele:“capire che la scienza è meno pericolosa delle religioni” per essere quindi vaccinato “contro i rischi dell’integralismo e del settarismo (non solo religiosi)”. Ma come produrre questo vaccino su larga scala?

Giovedì, 14 maggio, 2009 - 18:30

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