Scienza e democrazia

Gli obblighi sociali per una ricerca libera

di gilberto corbellini

All’indomani della seconda guerra mondiale, in seno all’UNESCO (...) si sviluppò una riflessione su come andava declinato all’interno della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 il tema della libertà della scienza. L’astronomo statunitense, di origine olandese, Bart Bok, guidò un Comitato che doveva completare la Dichiarazione universale con una Carta degli scienziati. Nel 1949 Bok scriveva che gli scienziati “devono comprendere che se vogliono salvare la loro libertà, occorre che siano fermamente decisi a protestare con forza contro ogni attentato alla libertà.Essi (...) devono sforzarsi di far comprendere ai loro concittadini che senza libertà, una società non può sperare di ottenere un miglior rendimento nei lavori individuali degli studiosi e nella scienza in generale. Ma gli scienziati non possono adempiere questo compito colle loro forze soltanto; essi hanno bisogno dell’appoggio e della simpatia degli altri uomini, in tutti i campi della vita e in tutte le professioni”.

La riflessione sulla libertà della ricerca scientifica è tornata d’attualità alla luce delle crescenti ingerenze politiche e religiose a livello degli studi che sono percepiti come non moralmente accettabili secondo qualche particolare orientamento ideologico religioso. Ma come si configura la libertà della scienza e degli scienziati nel quadro democratico? I teorici della politica Mark B. Brown e David H. Guston si sono chiesti, di fronte a controversie bioetiche come per esempio quella riguardante la ricerca sulle cellule staminali embrionali, in che misura i princìpi fondamentali della democrazia (ovviamente non il principio di maggioranza) sono applicabili alla ricerca scientifica. Ovvero se e in che misura gli scienziati e in generale coloro che sono interessati agli sviluppi di un particolare settore della scienza possono rivendicare un diritto a svolgere ricerca scientifica. Brown e Guston dimostrano in modo abbastanza convincente che una simile rivendicazione, alla luce della storia dei diritti umani e dei rapporti tra scienza e politica, ha senso solo se un diritto a fare ricerca serve a incardinare di più la scienza nella società. Ovvero se non viene percepito come una rivendicazione individualistica contro l’ingerenza dello Stato e della società in una libertà personale. Nella storia dei rapporti tra politica e società, ci sono stati momenti di convergenze di interessi, ma anche momenti di conflitto (...). S

e si rivendica dunque un diritto alla ricerca bisogna tener conto, osservano Brown e Guston, che il termine diritto ha un’etimologia ambigua, nel senso che significava originariamente “ciò che è retto”, cioè qualcosa di corretto o oggettivo in quanto risponde a una regola. Solo nel Settecento assunse il significato di possesso di qualcosa che è proprio dell’individuo e che deve essere protetto da ingerenze altrui, per esempio quella dello Stato. Così, cominciò a esprimere anche l’idea che un diritto è qualcosa di cui si è titolati a godere per principio, piuttosto che la conformità del proprio agire rispetto a un ordine di cose o norme predefinite. Non solo, ma l’idea di diritti individuali va in coppia con quella di uguaglianza, e sebbene i diritti siano stati inizialmente concepiti come “universali”, ovvero come “naturali” protezioni della libertà individuale, in pratica essi hanno acquisito la loro forza solo nel contesto di lotte politiche concrete per l’eguaglianza sociale. Tanto per fare un esempio classico, il principio del suffragio universale, che pure si trova affermato nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (1776) (...) venne in realtà attuato, ma con numerose restrizioni, soltanto nella seconda metà dell’Ottocento. (...) Progressivamente, i diritti umani hanno superato il significato di diritti naturali di possesso, e quindi di protezione da ingerenze esterne, per far riferimento a un’idea di autorealizzazione che richiede interventi esterni in quanto si appartiene a un consorzio civile, e quindi chi governa la società ritiene di dover garantire che si possa effettivamente ed efficacemente partecipare in modo attivo alle dinamiche sociali, e non subirle. Come si evince dai referendum che si sono tenuti in diversi Paesi occidentali, tra cui Svizzera e California, in particolare, in cui gli scienziati hanno rivendicato la libertà di ricerca scientifica, tale rivendicazione è intesa come protezione dalle interferenze politiche. Poiché non viene rivendicato come un diritto alla ricerca in generale ma come un diritto dei ricercatori, è facile che chi non è scienziato abbia delle riserve.

Anche chi non è scienziato può però comprendere e accettare la nozione di diritto a fare ricerca, se esso è esplicitamente accoppiato con un riconoscimento che la preservazione di questo diritto dipende dal compimento da parte degli scienziati dei loro obblighi verso la società. Allora, la libertà di ricerca è un diritto politico primario fondamentale? Si tratta di un diritto necessario al processo democratico stesso o di un diritto «contro il processo democratico»? Alla luce di quelli che tutti i teorici della democrazia considerano i requisiti imprescindibili di una democrazia, la ricerca scientifica è un’attività sociale necessaria in quanto consente di disporre delle informazioni per fare scelte razionali, nonché per applicare le leggi contribuendo all’accertamento dei reati e delle responsabilità. Se la democrazia è un modo collettivo di risolvere i problemi, allora alcune aree della ricerca scientifica potrebbero considerarsi non solo a sostegno ma parte integrale Perché gli scienziati non sono pericolosi della democrazia, come lo sono la libertà di parola e riunione o la sicurezza pubblica. I problemi di cui si sta d i s c u - tendo, andrebbe riconosciuto una volta per tutte, non derivano dagli insuccessi, ma dai successi della scienza. Non solo a livello dei miglioramenti che determinano per la qualità della vita. Gli sviluppi della scienza e le ricadute applicative espandono le possibilità di scelta individuale, rendendo in tal senso possibili decisioni più consapevoli. Ma incrementano anche le aspettative nei riguardi della scienza, così come le diffidenze quando quest’ultima insieme alla tecnologia non dà risposte rapide o efficaci alle domande. Il processo di individualizzazione delle aspettative rende altresì più complicato trovare livelli collettivi di mediazione, ovvero organizzare procedure che riescano a coinvolgere tutti i cittadini interessati nelle decisioni politiche. E non è ragionevole aspettarsi che i cittadini possano essere istruiti su come partecipare democraticamente alle decisioni politiche riguardanti la scienza, se non... partecipando. Come aveva già capito Thomas Jefferson, la miglior cura per i cattivi risultati della partecipazione pubblica non è ridurre la partecipazione, ma aumentarla, attraverso una efficace azione educativa.

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 13:22

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