Esiste una chiesa del sì?

di Angiolo Bandinelli

Una proposta di riflessione sul numero di Agenda Coscioni di marzo dedicato a "Lo scisma sommerso" da parte del vaticanista Di Leo che ci interroga se non esista una "Chiesa del sì". La risposta di Angiolo Bandinelli.

Caro Di Leo, le tue “poche righe”sciorinano una tal summa di questioni da sciogliere o cui rispondere che io me ne sento intimidito. La tua dottrina - in temi ardui e,peraltro, poco frequentati da un lettore mediamente laico e mediamente colto - è così ferrata da scoraggiare alla risposta. Su una cosa però subito e volentieri convengo con te: c’è nella storia una chiesa(una grande chiesa) del sì, costituita dal patrimonio “della Patrologia greca e latina, passando perle vie della prima e anche della seconda Scolastica, lambendo il pensiero canonistico dei decretalisti e delle decretali pontificie, fino ai concili e alle encicliche”. Io,però, sarei portato a spezzare la tua sequenza, nel senso che non riconosco ai “concili e le encicliche”dell’età moderna lo stesso valore degli eventi, dei movimenti culturali, delle persone da te, molto sapientemente, elencati come conquiste e gloria delle origini e del cosiddetto medioevo. Naturalmente,ho anch’io un criterio epistemologico cui attenermi, a cui riferirmi, per abbozzarti una qualche risposta. Me lo suggerì Benedetto Croce: il quale, nel momento in cui limpidamente dichiarava che “non possiamo non dirci cristiani”,avvertiva che questa appartenenza riposa su una sequenza storica il cui arco si discosta però notevolmente da quello cui si attiene la chiesa e cui tu anche fai riferimento. La chiesa (conviene Benedetto Croce) dominò la tarda antichità e plasmò il medioevo grazie ad una sua progressiva immedesimazione con il potere statuale,visto come discendente -senza soluzione di continuità – da quello imperiale romano: il che comportava, a buon titolo, la pretesa di interpretare ed esprimere la Provvidenza che regge e guida la storia del mondo (una storia, dunque,“etico-politica”, esattamente come per Benedetto Croce). Ma la chiesa, avverte altresì don Benedetto,perse tale funzione, con le connesse prerogative e presunzione,quando la storia si laicizzò,grazie a eventi culturali (e politici)come il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo. Si può non accettare questa interpretazione della storia, ma non si può chiedere un analogo rifiuto a chi invece l’ha fatta propria (confortato dal fatto di non trovarsi, a seguito della sua scelta, proprio in solitudine). Chela chiesa, con suoi tardi “concili”ed “encicliche”, si scontri con il pensiero laicizzato - e definitivamente laico - dei tempi, diciamo così, “post illuministi” - è questione seria e anche ricca di contraddizioni,ma può anche essere bella mente ignorata da chi in tale chiesa non crede. Insomma: 1) la Provvidenza storica (o, se vuoi, il caso) si manifesta oggi in una lingua che non è più quella della chiesa; 2) è possibile che noi occidentali dobbiamo dirci “cristiani”,ma i parametri di questo essere cristiani dobbiamo crearceli noi, è la nostra sfida; 3) un tempo, gli occidentali cristiani, in quanto portatori della Provvidenza storica,potevano spadroneggiare il resto del mondo: avevano i fucili migliori;oggi, su una popolazione globale di sei miliardi (credo) i cristiani sono (credo) uno o due miliardi. E debbono trattare anche con l’ultimo animista del cuore dell’Africa: è un loro contemporaneo a pieno diritto. La Provvidenza moderna è il dialogo, alla pari. Per quel che riguarda poi la tua aguzza disquisizione sui diritti della persona e il loro intrigarsi con i diritti di libertà e i diritti dell’uomo,consentimi di dirti (senza la pretesa di “risponderti”) che per me diritti di libertà, della persona e dell’uomo coincidono, almeno storicamente. La chiesa ne dà una sua interpretazione? Benissimo,ma vale esattamente quanto la mia. Che poi una chiesa del ”ni”(da te identificata in certi documenti ecclesiali e nelle tesi di monsignor Fisichella) giochi sull’equivoco tra “persona” e “dignità della persona”, facendo appello al mero principio di precauzione per giustificare la sua opposizione al libero cammino della scienza – la quale il principio di precauzione coniuga con l’esigenza, impostale dalla società e divenuta sua divisa,di fare avanzare una ricerca protesa al bene della persona/uomo -beh, questo è un fatto che rientra tra quelli soggetti alla legge del probabilistico e dell’opinabile: la quale prende atto delle diversità di campo, di giudizio e di responsabilità,ma non può imporre il campo nel quale ciascun individuo (o ente) vuole collocarsi. Sono certo di non averti fornito una risposta adeguata ai vari temi ma ahimè, nella mia pochezza culturale su certe questioni di più non riesco a produrre. Ti ringrazio però sinceramente per aver dato a me e agli amici della “Coscioni”questa bella possibilità di riflessione e di approfondimento su temi alti e di comune interesse.

Giovedì, 14 maggio, 2009 - 18:08

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