Antiproibizionismo e diritti civili

 

Droga: vietato vietare

di angiolo bandinelli

Etica della responsabilità, stato minimo, ricerca della felicità: questi i principi alla base della lotta radicale al proibizionismo.

 

Quando si parla di antiproibizionismo ci si intende riferire, in generale, alla lotta contro leggi, norme e disposizioni che vietano l’uso di determinate, specifiche sostanze, ritenute dannose socialmente e/o sul piano della salute. Negli anni tra il 1919 e il 1933 negli Stati Uniti venne praticato, in virtù del XVIII Emendamento e del “Volstead Act”, un ferreo divieto nei confronti della fabbricazione, lo spaccio e l’uso di alcolici. Come è noto, quella forma di proibizionismo - definito, con animo puritano, “The Noble Experiment” - venne abbandonata quando ci si rese conto che stava producendo più danni che benefici. Oggi il proibizionismo vuole colpire - e su scala mondiale - il traffico e l’uso di droghe, senza peraltro fare distinzione tra i diversi prodotti, chimici o naturali, smerciati sotto quel nome, quell’etichetta unica e dunque generica. Il proibizionismo delle droghe ha finora fallito i suoi ambiziosi obiettivi, cioè l’estirpazione del consumo.

In questa sede, a noi interessa avviare un approccio diverso al tema dell’antiproibizionismo. Lo faremo attraverso una interpretazione, che riteniamo sia la più adeguata, alle ragioni profonde della politica e delle iniziative radicale. L’antiproibizionismo radicale infatti esprime, a nostro avviso, una concezione complessiva del rapporto tra cittadino e Stato, secondo la quale lo Stato non può e non deve interferire nell’attività del singolo, dell’individuo, se non nel momento in cui questa può essere, o diventare, dannosa per l’altro, e comunque eccezionalmente. Ciascun individuo (o soggetto) è invece tenuto a comportarsi responsabilmente, secondo regole che egli stesso intende darsi, in piena libertà, anche di espressione. I radicali sono per un’etica della responsabilità, e l’assunzione di droghe (chiamiamole così, genericamente intese) è questione strettamente personale, riguardante appunto la responsabilità individuale. Lo Stato potrà emanare leggi e norme che regolino lo scambio, il commercio di quelle sostanze, così come per qualsiasi altro prodotto o farmaco. Per molti prodotti farmaceutici è necessaria la prescrizione medica, non in ossequio a norme morali, ma per evitare usi impropri o inadeguati della sostanza stessa. I radicali da tempo sostengono che il commercio di sostanze definibili come droghe vada assoggettato a leggi emanate dallo Stato, innanzitutto per debellare la piaga sociale (ed economica) dello spaccio “vietato” e dunque, in realtà, libero e incontrollato: una formula che ha come unico risultato quello di favorire la speculazione e la criminalità organizzata, anche con rischi per la salute del consumatore.

Ai radicali interessa innanzitutto far cresce una società in cui sia, come essi si esprimono, “vietato vietare”. Questa è anzi la loro “ragione sociale”. Ogni divieto fondato su basi che si definiscano etiche è una sopraffazione della libertà individuale e l’imposizione di una morale fondata sul fattore “potere”, dunque ingiusta in partenza. L’unica forma di etica ammissibile per e nello Stato, secondo i radicali, deve essere quella della coscienza e della responsabilità individuale. La battaglia per il divorzio, come quella per l’aborto, partirono da questo presupposto, da questa concezione “antiproibizionista”. Non ha senso tenere uniti per forza, solo per forza di legge, due persone che non intendono più vivere come marito e moglie, così come è inutile forzare una donna a tenere un feto non voluto o già condannato da una incurabile anomalia. I due separati in casa finiranno con tentare di costruirsi nuovi affetti diventando, come si disse durante la battaglia divorzista, “fuorilegge del matrimonio”, la donna che, per ragioni comprensibili ed accettabili, desidera disfarsi del feto lo farà a rischio anche di sottoporsi a pratiche pericolose. Così avveniva prima della introduzione della legge che consente, sia pure attraverso tortuosità formali e sostanziali, di abortire, quando della donna morta per aborto clandestino la stampa dava notizia in due righe stereotipe: “deceduta per pratiche illecite”.

La società per la quale si battono, fin dalla loro nascita, i radicali, è la società della responsabilità, la società che affida ai singoli il senso stesso della loro vita, delle scelte che essi vorranno fare per raggiungere quella “felicità” che la costituzione americana sostiene possa essere l’obiettivo esistenziale del singolo. Lo “Stato minimo” deve valere non solo nell’economia ma anche - se non in primo luogo - sui temi dell’etica o, per dirla meglio, dei diritti civili.

 

Lunedì, 22 novembre, 2010 - 17:29

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