Dolce morte in Parlamento, la Chiesa detta legge

di Carlo Troilo

 Una recente vicenda americana ci dimostra quanto è difficile, non solo in Italia, portare avanti proposte relative alle scelte di fine vita. Il Presidente Obama aveva provato ad inseritre nei regolamenti di attuazione della sua riforma sanitaria la possibilità che i medici di Medicare (la sezione del sistema sanitario USA che si occupa degli ultrasessantacinquenni) illustrassero ai loro pazienti, in occasione della annuale “visita di wellness”, le possibilità (accettare o rifiutare determinate terapie) offerte loro dal Living Will, che negli USA esiste da decenni e che è stato compilato da oltre il 40% dei cittadini americani.  La violentissima reazione di Sarah Palin e del neo speaker della Camera John A. Boehner – che hanno parlato di “deriva eutanasica” ed hanno attaccato i “comitati della morte” di Obama – hanno indotto il Presidente, ormai in minoranza alla Camera, a ritirare la nuova norma, che avrebbe reso ancora più difficile la definita approvazione della sua storica riforma sanitaria.

Dunque, l’eutanasia è ancora un tabù in gran parte del mondo. Ma non dovunque:  Olanda,  Belgio e Lussemburgo l’hanno legalizzata, la Svizzera la consente di fatto. La Spagna intende  introdurla entro il 2012. Nei tre grandi paesi comparabili con l’Italia (Francia, Germania e Gran Bretagna)  se ne discute appassionatamente, le Chiese non si intromettono mentre i giudici assolvono regolarmente quanti  accompagnano i propri congiunti malati terminali in Svizzera, per ottenere quella che Welby definì “una morte opportuna”: ultimo caso, quello dell’attore premio Oscar Michael  Caine.

Provo a indicare le tre  ragioni  che fanno  ritenere possibile anche in Italia una soluzione per l’eutanasia.  

La  prima  è che l’articolo 32 della Costituzione  (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), se letto de jure condendo, sembra più orientato a consentire l’eutanasia  che a vietarla. Basterebbe dunque intervenire sull’articolo 579 del codice penale (suicidio assistito), aggiungendo  un terzo comma che   depenalizzi  il comportamento del medico che aiuti un malato – non guaribile e nel pieno delle sua capacità mentali – a morire senza ulteriori e inutili sofferenze. Del resto, il codice penale, promulgato 80 anni fa in pieno regime fascista, è stato più volte modificato eliminando una serie di reati  (il “delitto d’onore”, il “matrimonio riparatore” e molti altri) superati dalla evoluzione del comune sentire.  

La seconda ragione è che il vero ostacolo alla legalizzazione della eutanasia sta nel concetto cattolico  della sacralità della vita, “dono di Dio”, che fa automaticamente della eutanasia un grave peccato. Ma non è giusto che lo Stato si faccia imporre dalla Chiesa l’equazione “un peccato, un reato”, fingendo di ignorare sia il prevalente atteggiamento degli italiani in favore della  eutanasia (il 67% secondo il rapporto EURISPES 2010) sia l’atteggiamento molto pragmatico, su questo tema, da parte dei medici.  Nell’ottobre del  2007, una ricerca dell’Istituto Mario Negri ha dimostrato che delle trentamila persone che muoiono ogni anno nelle terapie intensive italiane quasi ventimila, il 62 per cento, lo fanno grazie all'aiuto del medico rianimatore.

La terza ragione è la falsità dell’argomento secondo cui l’eutanasia  interesserebbe un numero molto limitato di persone. L’impossibilità di ricorrere  alla eutanasia, ci dice l’ISTAT, induce ogni anno 1.000 malati terminali) a  togliersi la vita nei modi più atroci. E’  quel che ha fatto nel marzo del 2004 mio fratello Michele, malato terminale di leucemia.  E certo molte  delle 200 mila persone che ogni anno muoiono in Italia per cancro o leucemia - per lo più fra indicibili sofferenze per la vergognosa carenza di cure palliative - non esiterebbero a chiedere di essere aiutate a morire. Dunque, nel subire il diktat della Chiesa, noi stiamo  negando ogni anno a decine di migliaia di  malati  una “morte opportuna”.

Nel momento in cui scrivo (metà gennaio) vedo con preoccupazione che personalità autorevoli come Veronesi e Marino cominciano a dire, a proposito del testamento biologico, che forse nessuna legge è meglio della orrida legge Calabrò. Ma é giusto rinunciare a lottare per avere una legge che da anni è in vigore in tutti i paesi dell’Occidente e continuare a contare sulla eutanasia clandestina? Non è meglio vedere approvata quella legge palesemente anticostituzionale e poi chiamare i cittadini a dire la loro con un referendum abrogativo? 

Giovedì, 3 Febbraio, 2011 - 13:14

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