Dai reati senza vittima alla forza del narcotraffico

di Annalisa Chirico

L'antiproibizionismo è il più possente incentivo di mercato ai trafficanti, facendo salire il prezzo della droga proibita a livelli stratosferici.

Sono passati 20 anni da quando tu ed Emma Bonino finiste in carcere a New York per distribuzione illegale di siringhe in istrada. Denunciavate la carenza di politiche di prevenzione contro la diffusione dell’Aids nel cuore degli Stati Uniti. Che ricordo hai di quegli anni?

Erano gli anni più tragici della diffusione dell'eroina e dell'Aids legato all'uso di siringhe infette, gli anni della trasformazione della mafia da associazione criminale a organizzazione finanziaria, che attraverso i proventi del traffico di droga ristrutturava le relazioni col potere politico e col sistema economico in Italia e fuori dall'Italia; erano gli anni della crescita inarrestabile della trasformazione delle foglie di coca in cocaina, e quindi della nascita di forme devastanti del controllo del territorio attraverso formazioni paramilitari nei paesi dell'America Centrale, e della nascita di un network internazionale della malavita che cominciava a inquinare le radici stesse della liberaldemocrazia. Ed erano gli anni della grande controffensiva proibizionista, che dall'America reaganiana si espandeva con la forza di una valanga legislativa in tutti i paesi dell'Occidente, con la mediazione e poi la guida dell'Onu. La valanga seppellì ogni forma concreta e realistica di contenere la diffusione della droga, ogni tentativo intelligente di curarne i danni sanitari e al tempo stesso fornì il più possente incentivo di mercato ai trafficanti, facendo salire il prezzo della droga proibita a livelli stratosferici. Così si moltiplicarono i crimini di strada, si impedì una seria politica sanitaria per fronteggiare l'Aids e non si ridusse di un solo grammo la quantità delle merci proibite in circolazione. Alla fine il proibizionismo si è arreso culturalmente, e ha smesso di sbandierare le sue vittorie immaginarie e le sue velleità di imminente trionfo definitivo, ma l'ignavia delle classi dirigenti non ha sottoposto ad alcuna revisione la legislazione che continua a produrrre i suoi effetti devastanti nella vita quotidiana di milioni di persone investite dalla guerra alla droga.

In Italia la droga è di fatto liberalizzata da quarant’anni. L’illusione repressiva, che si rifiuta di governare fenomeni sociali ritenuti moralmente “scorretti”, continua a provocare uno scempio di diritto e di vite umane. Intanto la criminalità della droga dilaga.

Non c'è dubbio che la vita quotidiana delle varie mafie italiane, nonostante i notevolissimi risultati ottenuti dalle forze di polizia, non è cambiata sostanzialmente. Oggi vengono spesso decapitati i vertici, i rami alti, a differenza del passato, ma il fertilizzante del denaro della droga rende di fatto invulnerabile il sistema mafioso. La sua capitale può spostarsi di qualche centinaio di chilometri, dalla Sicilia alla Calabria alla Puglia alla Campania e viceversa, a seconda dei tempi, ma il bilancio dello Stato della Droga resta implacabilmente attivo. Mentre le carcei si popolano di giovani definitivamente sottratti a una vita normale dal loro precipitare nei circuito criminale-carcerario o di immigrati che hanno sostituito la manovalanza criminale italiana o si sono affiancati alle cosche nella gestione dei piccoli traffici.

I dati del World Drug Report 2010dell’ONU dicono che il 20% dell’eroina afghana smistata in Europa passa da noi, come pure il 19% del mercato europeo della cocaina. Dieci anni fa il Portogallo ha depenalizzato l’uso delle sostanze stupefacenti, e oggi registra il più basso tasso di consumo di marijuana e uno dei più bassi di cocaina a livello europeo. Ti sembra un modello esportabile nel resto d’Europa?

La depenalizzazione è certamente un passo avanti, contribuisce a migliorare la qualità della vita sociale e individuale ed elimina alcune ingiustizie insopportabili che derivano dal sistema proibizionista, come la privazione della libertà per gli autori di reati senza vittima. È una forma di legalizzazione debole, che riduce la forza del mercato illegale perché da un lato incentiva il senso di responsabilità individuale e dall'altro allenta il legame fra spacciatore e consumatore. Ma intacca solo parzialmente la forza del narcotraffico.

Il proibizionismo è l’ideologia dominante. La battaglia antiproibizionista, invece, oggi sembra in crisi. Disobbedienze civili, arresti e referendum non hanno più la forza comunicativa e politica di un tempo. Come si può incidere sulla realtà politica?

È detto bene: è una ideologia dominante. Ma non è una 'cultura' né una politica. . Droga e repressione sono socialmente accettati, per così dire, e di conseguenza è socialmente accettato il fatto che alcune regioni italiane siano controllate in parte dalle organizzazioni mafiose. Drammatico, no? Il proibizionismo di oggi è, non solo in Italia, la riproduzione passiva di un modello che ha una sua economia fatta di stanziamenti, posti di lavoro, carriere. È un aspetto dell'apparato burocratico dello stato. Questo rende paradossalmente più difficile che in passato riproporre oggi una strategia alternativa. Il proibizionismo non fa notizia, e questo rende molto difficile organizzare campagne per un sistema diverso di controllo. Ma non è detto che certe situazioni di assoluta emergenza non riportino la questione nel campo della politica. Penso al Messico dove l'ex presidente Vicente Fox, proibizionista quando era in carica, all'inizio di agosto ha ribaltato la sua posizione, dopo che nei quattro anni di presidenza del suo successore Calderòn oltre 28 mila persone sono rimaste uccise nella guerra per il controllo dei traffici o per la sua repressione. Quello che dobbiamo fare -ha scritto - è legalizzare la produzione, la vendita e la distribuzione, così il consumo di droghe è responsabilità della persona che consuma, della famiglia che è responsabile dell’educazione, e del sistema educativo e del contesto socio-economico". Fox ha espresso il concetto di fondo dell'antiproibizionismo, che la tossicodipendenza e le violenze legate alla droga devono essere trattate come sfide distinte e separate.

In Italia il proibizionismo sulle droghe va di pari passo con la criminalizzazione del tossicodipendente, cui si nega un’ adeguata assistenza medica. Dei circa 69mila detenuti nelle carceri italiane il 30% è tossicodipendente, e di questi il 25% sono HIV positivi. Si può uscire da questa spirale?

I tossici vanno in carcere generalmente perché commettono reati legati alla loro condizione, spesso anche gravi, che possono incidere in modo drammatico sulla vita delle loro vittime. Esiste l'alternativa della comunità ma è chiaro a tutti che la comunità deve avere una funzione terapeutica, e per molti non è una via praticabile. La soluzione non c'è se non cambia la politica sulla droga. E se il carcere viene trattato come una discarica sociale, per usare le parole di Pannella, che corrispondono esattamente alla situazione.

Oggi sei un esponente del PDL. Antiproibizionista. E’ un connubio difficile?

Il Pdl deve trasformarsi per non declinare. E riprendere a ruminare politica senza temere di incrinare per questo il consenso del suo leader.

La sinistra italiana, nonostante un approccio più morbido, non si è distinta dalla destra sul piano delle politiche messe in campo. Diciamo che non hanno smentito il loro essere “buoni a nulla”, come direbbe Pannella. Ma a destra, Marco, la furia proibizionista sembra un dogma indiscutibile.

Non vedo furia, vedo pigrizia.

 

Lunedì, 22 novembre, 2010 - 18:10

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