Dagli ulema al Santo Uffizio: controllare i testi è controllare le menti

Dagli ulema al Santo Uffizio: controllare i testi è controllare le menti

Ciò che abbiamo osservato fin qui a proposito dell’Egitto e del Mediterraneo orientale è solo una parte di una questione più ampia cui sono dedicati molti studi contemporanei: la relazione tra la scrittura e il potere rappresentato dallo stato e dal suo apparato. Lo stato non può lasciare i testi fuori dal suo controllo perché controllare i testi è controllare le menti. Ma controllare i testi è anche controllare attraverso i tesi. Così, teniamo conto della varietà dei mezzi cui ricorre uno stato per preservare la sua egemonia: non solo ha il diritto di autorizzare la censura, la requisizione, il rogo, le sanzioni non appena lo auspichi, ma può anche combattere ogni interpretazione dei testi rivelati o non rivelati differente dalla sua, mobilitando l’opposizione dei suoi ulama, corrompendo quanto possibile la stampa e gli autori.

Ma, se mettiamo da parte queste procedure, che sono operazioni contingenti specifiche, per considerare solo ciò che è costante, possiamo vedere che consiste nell’insegnamento della scrittura in una lingua altra dalla lingua materna, sicché si può dire che i bambini che imparano a scrivere sono educati ancora una volta in modo da orientare il loro amore verso la “lingua dei padri”. Gli scrittori sono così educati come un’élite separata da un popolo ampliamente analfabeta. Lo iato è tanto grande che alcuni stati contemporanei “democratici”, in primo luogo l’Egitto, sono così sicuri dell’inefficacia dei loro scrittori che, sotto la pressione di un appello a una maggiore democrazia, li lasciano criticare liberamente qualsiasi cosa, a patto che risparmino il presidente, totem intorno a cui si suppone costituirsi l’unità del popolo. Non sorprende notare che il ritorno della democrazia nell’Europa occidentale, dopo una vacanza di vari secoli, fu possibile solo dopo una battaglia tra il latino come lingua comune in Europa e le lingue effettivamente parlate nei differenti paesi.

Su questo punto sentiremo sicuramente membri dell’élite dire che il vernacolo non si addice alla letteratura perché è una lingua della strada fatta per gli affari di tutti i giorni e non per il pensiero serio e i sentimenti umani profondi. Io auspico che questi “fratelli” riflettano più seriamente e capiscano che scrivere in vernacolo non significa riprodurre la lingua delle strade ma trarne una letteratura; possibilità che esiste in ciascuna lingua per la sua struttura. Coloro che proclamano un’opinione contraria sanno che Galileo, che fu la massima autorità scientifica del suo tempo, fu anche il primo a usare la lingua vernacolare (l’italiano) nei suoi scritti scientifici, che il suo stile è riconosciuto per essere superbo e che più di uno studio è stato dedicato alla retorica galileiana? Sanno che la scelta di scrivere in vernacolo e di diffidare dal latino fu la principale ragione della mancata revoca della sentenza che lo riguardava?

Venerdì, 16 aprile, 2010 - 12:46

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