L' intuizione della libertà

Cultura e nonviolenza al servizio del comune sentire

di Simonetta Dezi

Mario De Caro e Marco Pannella discutono di resistenza alla cultura dominante: l' aiuto delle neuroscienze, ma anche di "filosofi anglosassoni" e "nonne silenziose"

Esiste una connessione tra neuroscienza e politica? Le conoscenze sul cervello e il suo funzionamento che le nuove tecnologie offrono, possono aiutare a governare la società? La riflessione sul libero arbitrio, sulla libertà di scelta è campo solo filosofico o un’interazione tra politica, scienza e filosofia può aiutare ad aggiustare il tiro e a ridare dignità a una gestione della cosa pubblica che sembra ormai essere sfuggita di mano? Potrebbe essere questa una possibile risposta a chi continua a sottrarre libertà, arrivando anche a manipolare le nostre decisioni? A partire da questi interrogativi abbiamo avviato una conversazione con il leader radicale Marco Pannella e il filosofo Mario De Caro.

L’ambiente esterno influenza le nostre scelte e il nostro comportamento. Le neuroscienze ci dicono che l’individuo si sviluppa attraverso l’interazione tra patrimonio genetico e ambiente, o meglio adattandosi agli stimoli esterni. In questo meccanismo, la cultura o la mancanza di essa ricopre un ruolo essenziale nella formazione della persona.

Mario De Caro: Nell’uomo esiste un doppio modulo cognitivo, quello altruistico e quello egoistico; la cultura gioca un ruolo essenziale nel valorizzare la seconda tendenza: più la uccidi, più ci si ritrova insulari, rinchiusi in se stessi, in contrasto con i chi è diverso da noi. Più si erode la difesa culturale e più vincono certe insite tendenze che politicamente si controllano molto bene. La scienza ci dice che non deve essere proprio così, la tendenza altruistica c'è persino nei primati superiori, filologicamente abbiamo radicata una tendenza altruistica.

Marco Pannella: C'è l'adozione del logos come verità, come sapere unico contro il dia-logos. Tremonti è colto ma anche erudito: ha rievocato il Dio, Patria e Famiglia non perché ha il valore di questo archetipo. Ha terrore di quello che sta prendendo forma, e l’illusione quindi di ripiegare nel già conosciuto , che tutelo e diventa il braccio mondano, lo stato diventa braccio mondano per difendere le cognizioni già acquisite una volta e per tutte. Come cosa, come patrimonio e non come vita quindi.

M.D.C. Ci sono studi scientifici e neuro cognitivi, tra cui uno che dimostra che persone con tendenze più conservatrici sono cognitivamente meno pronte, meno flessibili a cambiare opinione. Persone con meno difese culturali sono più facilmente influenzabili, sono più condizionabili. È un com-pito fondamentale difendere il sistema educativo, la cultura politica. Ma, non ci si può difendere senza gli strumenti critici. Con un tratto di penna Tremonti ha deciso di togliere i finanziamenti statali a tutti gli enti culturali e di ricerca italiani, ha affossato l’università.

Perché lo fanno se il saldo positivo, economico di questa operazione è piuttosto insignificante? Questo significa che c'è consapevolezza e un obiettivo nella distruzione della cultura?

M.P. Diciamo, c’è un riflesso, un quadro istintivo. Si è fatta una scelta di campo, quella della conservazione che non conserva nulla e distrugge tutto.

M.D.C. Viene ripetuto ossessivamente che il sapere astratto, teorico non serve a niente. Hanno inventato una specie di MIT italiano per la ricerca applicata (Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo, con sede a Cambridge). Io ci ho lavorato per due anni nel tempio della tecnologia, ma c’è un sacco di ricerca teorica, astratta perché le applicazioni vengono se tu pensi in astratto. Quindi l’idea che l’Italia sarebbe il paese del mondo in cui si guarda al concreto, questa mentalità da piazzista brianzolo, applicata alla cultura è una tragedia.

Sta parlando della libertà di ricerca, unico presupposto per ottenere risultati in campo scientifico.

M.D.C. Ovviamente ci sono questioni etiche che si pongono in questo tipo di ricerca, non si può negare che chi fa la ricerca sulla manipolazione genetica dei nascituri deve confrontarsi con questo. È chiaro che non è impedendo alla ricerca di svilupparsi che si risolvono questi problemi.

M.P. Sennò le ricerche poi divengono clandestine e a destinazioni mostruose.

M.D.C. Sì, non sono i vincoli alla conoscenza che si risolvono i problemi: la conoscenza ci apre prospettive nuove e forse qua e là anche pericolose che comunque la censura non risolve.

L’impegno per la libertà di ricerca è uno degli obiettivi della nostra associazione, pensa che venga recepita all’esterno. E tutti le altre battaglie che abbiamo portato avanti e continuiamo a portare avanti come arrivano alle persone?

M.P. Tempo fa in una assemblea molto sim-patica a Lecce mi si chiede: come definirebbe Pannella? Non sono caduto nella tentazione della risposta brillante. Ho pensato intensamente un istante. Poi ho fatto una breve premessa sulla semantica che riguarda la parola comune. Qualche secolo è stata usata per individuare un’epoca, quella dei Comuni che hanno marcato un momento storico, poi quando si è dovuto marcare un’ideologia sconvolgente è nato il comunismo. Questi due fatti, ma soprattutto l’ultimo, hanno portato il termine comune ad un disvalore. Da quello che sento dalla scienza, io definirei oggi Pannella come una persona comune la cui forza è comune per chi mi ascolta. Forse in questa fetta di animalità, umanità circoscritta antropologicamente al mediterraneo all’Italia, c'è un dato di partenza, chiamalo dna, che ha un connotato collettivo, se c’è l’elemento oggettivo di continuità. Mi è parso di riscontrare in 60 anni di antidemocrazia in senso tecnico non morale di non stato di diritto, che le cose apparentemente più estranee, che noi rappresentiamo come radicali, sono le cose della strada. Le nonne silenziose, cattoliche, che non hanno mai parlato, ma che sul piano dell’aborto, del divorzio, sulle mammane ci hanno capito e ci capiscono.

M.D.C. Nella filosofia anglosassone il termine comune non è una parolaccia, come ad esempio è nella tradizione nostra più paludata delle varie filosofie continentali. Il termine “senso comune” definisce un ambito che non può essere messo da parte rispetto alla filosofia con cui ci dobbiamo confrontare. Ci portiamo dietro tutto un apparato di idee, di intuizioni, di comportamenti ereditati o scelti, di acquisizioni che si concretizzano nel senso comune con cui poi reagiamo alle situazioni che ci si presentano. Qual è il suo valore rispetto alla scienza, tradizionalmente era come è il suo valore rispetto alla religione.

Dunque, siamo determinati fisicamente, portiamo dentro di noi un ereditato patrimonio genetico e una eredità storica-culturale, dov’è quindi il nostro spazio di libertà ed esiste un rapporto tra scienza, senso comune e libero arbitrio?

M.D.C. A volte guardando i risultati delle neuroscienze e prendendoli come risposte a domande millenarie si corre il rischio di semplificare molto. Sono i problemi che poi sono sedimentati nel senso comune perché appunto l’intuizione della libertà, già all’intuizione pre-filosofica, è problematica. Tutti sappiamo che abbiamo dei limiti alla nostra libertà di scelta. Forse siamo molto più limitati di quanto in realtà si crede. Ma se sia vero che poi, come dicono in molti, non siamo affatto liberi, questo è più problematico. Il tipo di esperimenti che si porta in questi casi: si dà una scelta ai soggetti, quelli la compiono e nel momento in cui la compiono in realtà è passato un certo lasso di tempo, dipende dagli esperimenti, che va da un terzo di secondo a dieci secondi, in cui gli scienziati già possono prevedere la scelta che avrebbe compiuto. Quello che a noi sembra essere il frutto di una scelta consapevole, sparrebbe in buona misura determinata da fattori che sono al di là del nostro controllo: il cosiddetto inconscio cognitivo. Ovvero i fattori neuropsicologici che sono al di là della coscienza. Il problema è quanto questo tipo di fenomeni, di coscienza che in realtà non determina nulla, sia pervasivo.

Questo spiega perché fenomeni come la televisione o la radio siano decisivi. Perché noi tendiamo ad assorbire mediante condizionamenti questo tipo modalità di comportamento che poi noi penseremmo di mediare con la nostra coscienza, ma in realtà si creano degli automatismi.

M.D.C. Quando leggo Pierluigi Battista che dice che la televisione non incide sui comportamenti elettorali, e porta ad esempio il fatto che Berlusconi in alcune occasioni ha perso, non sono d’accordo. In realtà il ragionamento è fallace: forse avrebbe perso di più senza i media. Spesso e volentieri, anche nei comportamenti politici, noi possiamo essere condizionati in un modo che sfugge al nostro controllo senza che noi ce ne accorgiamo, si chiamano razionalizzazioni a posteriori.

M.P. Ma non dobbiamo dimenticare che le specie più adattabili sono anche le più sensibili e qui c’è un pericolo. Il bombardamento televisivo di una forma della cultura dominante che ha paura del nuovo e quindi legittimamente usa la morte e l'uccisione come strumento: i fini che giustificano i mezzi. E noi da nonviolenti rispondiamo: se per ottenere il bene si ritiene utile la morte, figuriamoci poi per mantenere questo bene cosa si è disposti a fare, come storicamente accade, il bene di oggi è il male di domani. Per conquistare il potere ha ammazzato per mantenerlo si spingerà ancora di più là.

Cosa si sente di suggerire il filosofo al politico affinché la sua azione, politica, sia sempre più efficace ed incisiva.

M.D.C. Il politico Pannella è un personaggio storico, ha fatto delle cose che probabilmente senza di lui non si sarebbero fatte, forse non ci sarebbe stato il divorzio, o ci sarebbe stato venti anni dopo. Pannella è più ottimista di me, perché vede la resistenza, e probabilmente c’è questo aspetto nelle persone comuni che comunque hanno un senso delle cose importanti. Io vedo invece nelle forze conservatrici, più reazionarie, la consapevolezza, su un piano forse non del tutto esplicito, di togliere la capacità di resistenza, reazione istintiva, erodendo alla base la cultura che avevamo. La scuola italiana era una buona scuola. Ora il Nord, che aveva una base cattolica, solidaristica, sta diventando leghista, basato un po’ sull’intolleranza. Pannella può continuare a difendere la politica come solidarietà e lottare perché la cultura non venga distrutta. Anche per la sinistra c’è la convinzione che la cultura è vecchia e va lasciata. Certo è vecchia in certa misura, ma occorre fare attenzione.

È il monito dell’intellettuale a non trascurare tradizione e cultura?

M.D.C. I libri come li conosciamo noi, la carta stampata sono superati. Tra 50 anni come oggetti non ci saranno probabilmente più, se non come residuati archeologici. Però i contenuti della cultura dobbiamo fare in modo che ci siano ancora, perché il piano per eroderli è chiaro, e dal loro punto di vista hanno ragione, più la gente diventa ignorante, non ha coscienza dei valori importanti, più perdi il senso della storie e della conoscenza e più la gente può essere manipolata. La sinistra non ha ben contrastato questo progetto, anche con delle responsabilità come la riforma universitaria, che è stata tremenda. La destra più che riforme ha fatto tagli forsennati. Le due cose messe insieme sono distruttive. L’università è uno di quei campi in cui io sono antiriformista. Basta con le riforme alle università.

M.P. Perché sono contro riforme. Il mio comunque non è maggior ottimismo, ma il ritenere che se dopo tutto si ha paura di lasciare parlare il radicale, perché l'audience aumenta, mi fa pensare da persona comune: mi riconosco nella gente che non mi vota perché non ne ha la possibilità. Quando Ionesco si è iscritto al partito radicale, due anni prima di morire, disse: “se avessi saputo prima dell'esistenza del partito radicale la mia vita sarebbe cambiata”. Lo statuto di un partito che ti crea un solo obbligo: esercitare in coscienza la tua libertà. Senza scienza non c'è coscienza adeguata a livello storico e di specie.

Il ruolo della politica dovrebbe essere anche quello di formare, informare ma certo non quello di condizionare l’individuo al quale dovrebbero essere forniti gli strumenti per una libera scelta.

M.P. Il problema credo sia quello di informare, potenzialmente proporre informazione e non formazione. Un liberale che vuole formare un liberale non è un liberale. È quello che deve vedere che l'evoluzione non può darci domani la stessa idea del bene, che io ho oggi, verso la quale quindi da non liberale voglio portare gli altri.
Quando l'ambiente condiziona e quando forma? C’è pertanto una tendenza a formare l’Altro, ciò che si teme, quasi manipolando l’ambiente e sottraendo cultura.

M.D.C. Le battaglie radicali e più in generale quelle della cultura progressista in Italia si sono innestate su una resistenza, forse inconsapevole, ma io direi che le avanguardie erano abbastanza colte, la cultura umanistica era diffusa. Adesso la reazione ha scoperto che bisogna togliere le basi della cultura e così l’hanno indebolita.

M.P. I vari fondamentalismi sono espressione del terrore di una parte minima già dominante, contro la scienza e la coscienza e questo terrore della libertà, vista come demonio. Se il problema della vita è legato alla scelta di dare vita e non al meccanismo animale del procreare, ma ci si avvicina al concepire e quindi al creare è la fine di tutto: è il terrore di un potere e non di un sapere, è il terrore di chi ha cristallizzato il sapere.

Professor De Caro, lei ha recentemente curato un libro insieme ad altri autori sul tema del libero arbitrio e della sua interazione con la neuroscienza.

M.D.C. Il libro “Siamo davvero liberi. Le neuroscienze e il libero arbitrio”, è interessante per la politica in una declinazione particolare del problema: ci dice come la natura umana apra anche delle prospettive positive. C’è questa ambivalenza ormai provata, accreditata scientificamente: abbiamo delle predisposizioni genetiche in senso egoistico e solidaristico. La cultura deve giocare in modo decisivo, anche la cultura politica. La Lega ha capito che in certe modalità l’aspetto egoistico si può rafforzare. La politica progressistica deve orientare la nostra natura verso l'aspetto altruistico.

Venerdì, 11 giugno, 2010 - 13:29

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