Il filosofo australiano rilegge i dieci comandamenti

Così mi oppongo alla vecchia morale

a cura di Valentina Stella

Secondo Singer, per il principio di qualità della vita, gli individui, che siano in grado di intendere e volere o in uno stato vegetativo persistente, hanno il diritto all’ eutanasia, al lasciarsi morire, e alla sospensione di mezzi straordinari e ordinari.

non sono le famiglie, i medici e i giudici a dover decidere se la qualità di vita di una persona sia tale che non le convenga continuare a vivere.

“Il 21 dicembre, un medico italiano, Mario Riccio, ha staccato il respiratore che teneva in vita Piergiorgio Welby. Welby, il quale soffriva di distrofia muscolare ed era paralizzato, aveva combattuto invano nei tribunali italiani per il diritto a morire. Dopo che Riccio gli diede un sedativo e spense il suo respiratore, Welby disse "grazie" per tre volte a sua moglie, i suoi amici, e il suo medico. Quarantacinque minuti dopo, era morto (…)La morte di Welby solleva due questioni, che devono essere distinte. Una è se una persona ha il diritto di rifiutare le cure mediche che lo mantengono in vita. L'altra è se l'eutanasia volontaria è eticamente difendibile. Un consenso informato del paziente deve essere un prerequisito per tutte le cure mediche, fino a quando il paziente è un adulto competente in grado di prendere una decisione. Forzare il trattamento medico su un paziente competente adulto che non lo vuole equivale ad una aggressione. Possiamo pensare che il paziente sta prendendo la decisione sbagliata, ma dobbiamo rispettare il suo diritto di farlo. Tale diritto è riconosciuto nella maggior parte dei paesi, ma non, a quanto pare, in Italia”. (3) (traduzione mia)
“L’aspirazione a controllare le modalità della propria morte segna un decisivo allontanamento dall’etica della sacralità della vita. Si tratta, infatti, di un’aspirazione che non può essere soddisfatta dalle concessioni all’autonomia del paziente compatibili con il quadro di quell’etica. (…) non sono le famiglie, i medici e i giudici a dover decidere se la qualità di vita di una persona, incapace di decidere da sé, sia tale che non le convenga continuare a vivere. Poiché è in gioco la vita del paziente, ed egli è in grado di pervenire a una decisione informata, chi meglio di lui può stabilire se la sua vita meriti di essere vissuta? Il paziente non ha il diritto di chiedere di essere aiutato a realizzare questo suo desiderio? E se c’è un medico disposto ad aiutarlo, perché mai la legge dovrebbe impedirglielo? (…) Politicamente, è qui che oggi si sta combattendo la battaglia più vigorosa contro l’etica della sacralità della vita” (2)
“(…)la distinzione tra uccidere e lasciar morire è molto meno netta di quanto solitamente si creda;[…]. In secondo luogo, quali che possano essere le ragioni per preservare almeno parzialmente la distinzione tradizionale tra uccidere e lasciar morire, per esempio che è peggio uccidere delle persone che rifiutarsi di dar loro il cibo di cui hanno bisogno per sopravvivere, tali ragioni non valgono quando […] una persona desidera morire e la morte promette di riuscire più rapida e meno dolorosa se prodotta da un atto (per esempio, un’iniezione letale) anziché un’omissione (per esempio, lasciare che nel paziente si sviluppi un’infezione e non curarla poi con antibiotici)”.(1)
“«Non uccidere» è il più noto dei dieci comandamenti. Quando i medici uccidono intenzionalmente e attivamente i loro pazienti, per quanto questi siano prossimi a morire e per quanto abbiano invocato la morte, calpestano la più importante norma morale che ci sia stata insegnata. Tuttavia (…) in Olanda l’eutanasia volontaria è una stabile conquista che ha avuto l’appoggio di circa l’80 per cento della popolazione. (…) è approvata sia dai cappellani d’ospedale protestanti sia da quelli cattolici: entrambi si sentono impegnati a garantire il loro sostegno ai pazienti che la scelgono.(…)Terzo comandamento antico: non toglierti mai la vita e cerca sempre di evitare che lo facciano gli altri. Da quasi duemila anni, i pensatori cristiani condannano il suicidio come peccato. Come disse Tommaso d’Aquino, tocca a Dio, non a noi, stabilire il momento della nostra morte.(…) Terzo comandamento nuovo: rispetta il desiderio delle persone di vivere e di morire. (…) Fatto salvo il principio che non si può recar danno agli altri, se un adulto capace di intendere e volere, che disponga delle informazioni del caso, decide stabilmente e liberamente di togliersi la vita, lo Stato non ha nessuna ragione per interferire. (…) Anthony Bland (n.d.r. il 4 febbraio 1993 la Corte suprema inglese ha sentenziato che i medici che avevano in cura il giovane Anthony Bland avrebbero potuto lecitamente porre fine alla sua vita. Questo ragazzo tifoso del Liverpool, nel 1989, in occasione della semifinale della Coppa d’Inghilterra, venne schiacciato dalla folla riportando gravi lesioni che lo condussero ad uno stato vegetativo persistente: soltanto il tronco cerebrale era rimasto funzionante, mentre la corteccia era completamente distrutta) vive in uno stato vegetativo persistente.(…) mediante una pompa viene alimentato con cibi liquidi grazie ad un tubo che, attraverso il naso e la gola, giunge fino allo stomaco. Allo svuotamento della vescica si provvede mediante un catetere inserito attraverso il pene; […]. L’irrigidirsi delle articolazioni ha prodotto forti contrazioni agli arti, sicché le braccia sono saldamente strette sul petto e le gambe appaiono contorte in modo innaturale. Movimenti riflessi nella gola gli provocano vomito e bava. Anthony Bland non ha coscienza né di tutto questo, né della presenza dei membri della sua famiglia che a turno vengono a trovarlo. Le parti del cervello che rendevano possibile la coscienza si sono trasformate in una massa fluida. Il buio e l’oblio, discesi su di lui allo stadio di Hillsborough, non lo lasceranno mai più. Il suo corpo è vivo, eppure egli non ha vita. […] I progressi della medicina moderna, però, consentono di mantenerlo in questo stato per anni, forse per decenni.(…) i tribunali inglesi affermarono che, quando un paziente è incapace di esprimere il proprio consenso al trattamento, i medici non hanno nessun obbligo giuridico di insistere in iniziative che sanno non essergli di nessun beneficio. Riconobbero inoltre che, in mancanza di una qualsiasi forma di coscienza e di ogni speranza di recuperarla in futuro, la pura e semplice continuazione della vita biologica non arreca nessun beneficio al paziente ”. (2)
 

Mercoledì, 8 luglio, 2009 - 17:04

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