Cinema Il genere carcerario spagnolo

Carcere da oscar

di Gianfranco Cercone

Tratto dal romanzo “Celda 211” di Francisco Pérez Gandul, vincitore di 8 Premi Goya 2010 

Credo che una delle situazioni di un film capaci di produrre più ansia e malessere nello spettatore, sia quella in cui il protagonista si infiltra tra i suoi avversari, mascherandosi da uno di loro. L’ansia deriva naturalmente dal pericolo sempre in agguato che egli sia scoperto – un pericolo molto serio, perché gli avversari – che siano gangster, spie, o soldati dell’esercito nemico – sono notoriamente pronti a uccidere l’infiltrato.

Ma a volte si verifica anche una complicazione psicologica: tra l’eroi e gli avversari ai quali si assimila, si possono creare vincoli di amicizia, di fiducia, di solidarietà. E tradire quei vincoli, sia pure per un fine nobile (come la giustizia o la difesa del proprio paese) può creare nell’eroe un senso di colpa tormentoso, capace di trasmettersi, in una certa misura, allo spettatore (almeno allo spettatore disposto a immedesimarsi nella storia di un film). Ho parlato di complicazione psicologica. Ma il film che mi ha suggerito questa premessa (“Cella 211”, dello spagnolo Daniel Monzon) ha più di un merito, ma il disegno psicologico dei personaggi è elementare, perfino rozzo.

E tuttavia, questo meccanismo, padroneggiato con abilità – innescare la domanda: l’infiltrato sarà scoperto?, differendo spasmodicamente la risposta per tutta la durata del film – consente all’autore di assorbire fino all’ultimo l’attenzione dello spettatore. Nel film, un ragazzo, appena assunto come guardia carceraria, in visita nel carcere il giorno prima della sua presa di servizio – e dunque, particolare decisivo, in borghese – si trova coinvolto nel pieno di una rivolta degli ergastolani contro la polizia penitenziaria. I prigionieri occupano il braccio del carcere che egli sta visitando; le guardie che lo accompagnano si trovano costrette ad abbandonarlo; e il neoagente, per non essere preso come ostaggio dai detenuti e magari ammazzato, pensa bene di fingersi uno di loro.

Recitando il ruolo di duro tra i duri, ma anche dimostrandosi più scaltro della massa un po’ abbrutita dei prigionieri, riesce a cattivarsi la fiducia e la simpatia del leader della rivolta. “Cella 211” è un thriller, che però vuole istruire divertendo. Istruire il pubblico, voglio dire, sulla condizione e sui mali del carcere. La guardia, nel corso di questa terribile disavventura, apprende ad esempio che certi detenuti, gravemente ammalati, sono lasciati senza cure; che alcuni, proprio vedendosi abbandonati, si uccidono nelle celle; che si verificano con frequenza, ad opera di certe guardie, pestaggi di prigionieri, spesso del tutto gratuiti; e, anche se noti alle autorità, restano impuniti. Così finisce a tal punto per sposare le ragioni della rivolta, che, in seguito a un tragico caso che non sto a raccontarvi, taglia lui stesso la gola a un poliziotto sadico e assassino.

Insomma, il suo percorso di identificazione con i prigionieri è spinto fino al paradosso. Forse la morale della storia, è che anche un bravo ragazzo, in un carcere così degenerato, può diventare un assassino. Ma se alcune circostanze romanzesche, da un punto di vista logico, bastano a motivare l’omicidio, da un punto di visto psicologico, l’autore stesso del film deve aver avuto il sospetto, in quel momento, di aver forzato un po’ il suo racconto. Perché proprio allora, ha sentito il bisogno di informarci, attraverso un flash-back che il suo protagonista - dal sorriso amabile, marito tenero, lavoratore scrupoloso, bello e gentile, e insomma culla di tutte le virtù - ebbene prima di essere assunto nel carcere, ha lavorato in un mattatoio.

Ciò che, capirete bene, taglia la testa al toro! Ma lo anticipavo: i punti di forza di “Cella 211” non sono il disegno dei personaggi. E tuttavia, se non altro da un punto di vista civile, è un film meritorio, che esce in Italia dopo un bel film francese sul carcere, “Il profeta” di Jacques Audiard. Così da farci chiedere quando il cinema italiano tornerà a raccontare i nostri carceri con altrettanta franchezza.   

Mercoledì, 19 maggio, 2010 - 13:11

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