Intervista con il leader dei Verdi australiani

Bob Brown: “Su laicità ed ambiente, pensiamo globale”.

di Marco Valerio Lo Prete

Dalle barricate degli anni ’70 ai successi elettorali del nuovo secolo. Diritti civili e tutela ambientale: i tanti “sì” dei Verdi australiani in accordo con la maggioranza dell’opinione pubblica.

A dicembre il Parlamento Australiano tiene la sua ultima sessione prima della pausa estiva. I lavori riprenderanno solo a febbraio, quando la temperatura sarà scesa di poco sotto i 35 gradi centigradi, e quindi il 4 dicembre deputati e senatori sono in seduta quasi-permanente per votare gli ultimi provvedimenti: dalla crisi finanziaria alle politiche dell’immigrazione, il lavoro a Canberra è febbrile. I giovani collaboratori del Senatore Brown – ipnotizzati di fronte alle trasmissioni a circuito chiuso dall’aula – d’un tratto esplodono in esclamazioni ed urla di gioia: un voto trasversale inaspettato ha costretto il Governo Laburista ad accettare un emendamento dei Verdi, terzo ed ultimo gruppo parlamentare dopo Laburisti e Liberali. Nemmeno un minuto e il senatore Bob Brown, icona del movimento verde “downunder”, si materializza in ufficio. Qualche pacca sulla spalla ai collaboratori che non hanno smesso di esultare, poi sorride, saluta e mi chiede di seguirlo nella sua stanza.
Ci si dà del tu e ci si chiama per nome, alla maniera australiana. Referendum sulla legge 40, battaglia per la libertà di ricerca scientifica, meritocrazia e trasparenza nell’assegnazione dei fondi per la ricerca, legalità e diritti civili. In poche battute provo a riassumere per cosa si batte l’Associazione. Lui mi interrompe: “Marco, e il Papa cosa ne pensa?”. Poi si inizia commentando le notizie del giorno.

Le prime pagine di “The Age” e “The Australian”, due tra i più importanti quotidiani nazionali, hanno aperto parlando dell’esplosione della “bomba demografica”. L’Australia è il paese industrializzato con il tasso di crescita della popolazione più elevato. Il processo di edificazione procede a ritmi vertiginosi e le riserve idriche del continente diminuiscono. I Verdi hanno nulla da dire?
Un paio di mesi fa ho chiesto al Ministro quale fosse la politica del Governo riguardo alle dinamiche demografiche. Ha evitato di rispondermi. Durante gli incontri pubblici che tengo in giro per il Paese, spesso le persone mi avvicinano e mi chiedono: “Cosa faremo rispetto all’incremento della popolazione?”. Per la politica la parola “popolazione” è un tabù. Non se ne parla, se non per incrementarla. Una popolazione in crescita, un mercato in espansione, è quanto chiede l’economia in questo momento. Eppure le conseguenze per il pianeta, nel medio lungo termine, potrebbero essere serie.
Da considerare che l’Australia è anche un Paese di immigrazione sin dalla sua nascita.
Attualmente abbiamo raggiunto il livello più elevato della nostra storia quanto al flusso immigratorio: quest’anno sono entrate nel Paese quasi 200.000 persone. Nonostante ciò, l’onorevole Costello, Ministro del Tesoro del governo Howard in carica fino al 2007, lanciò uno slogan per l’introduzione dei bonus bebé: “Un figlio per voi stessi ed un altro per il Paese”. E’ pazzesco. Tutto questo mentre il mondo versa in condizioni tragiche proprio a causa degli aumentati consumi di una popolazione in crescita. Il mantello vitale che ricopre il nostro pianeta, e dal quale dipendiamo, rischia di essere distrutto. Noi umani rientriamo tra le specie animali intelligenti, eppure sembra che la nostra intelligenza non si sia evoluta abbastanza rapidamente per confrontarci con il problema della nostra sopravvivenza.
In compenso le cronache internazionali hanno parlato dell’Australia come del primo Paese nel quale una campagna elettorale nazionale si sarebbe decisa su temi come quello del riscaldamento globale.
Rimango un Verde perché, su questi temi, essere Liberali e Laburisti non fa la differenza. La politica sul cambiamento climatico nel nostro Paese rimane dettata dall’industria mineraria e del carbone; l’Australia esporta molto più carbone di qualsiasi altro Stato del pianeta. E’ uno dei paesi che emette la maggiore quantità di gas serra pro-capite, peggio di Stati Uniti e Cina.
E poi il processo di deforestazione…
Esatto. La maggior parte della gente pensa che l’Australia sia un deserto. Ma non è così. L’abbattimento delle foreste è alla radice del 20% dell’emissione di gas serra del nostro Paese. Quella – mi indica una foto appesa al muro, con una nube di fumo dalla quale spuntano le sommità di altissimi pini – l’ho scattata quest’anno. In Tasmania i boschi sono dati alle fiamme. Per tutta risposta il Ministro per il cambiamento climatico e le risorse idriche, Penny Wong, volerà tra qualche ora a Poznan per la conferenza ONU sul riscaldamento globale e, pressata dai Verdi, ha fatto sapere al Parlamento che non renderà pubbliche le proposte del Governo per tagliare le emissioni né prima di partire, né durante la conferenza, ma solo al suo ritorno, proprio alla vigilia delle vacanze natalizie, quando l’attenzione dell’opinione pubblica sarà minima.
Tutto questo è quanto deve averti spinto, assieme ad altri, a dare vita al movimento verde in Australia. Ma torno per un momento alla nostra esperienza italiana: di fronte a queste sfide globali, come Associazione Luca Coscioni abbiamo sentito il bisogno di aggregare scienziati internazionali, associazioni europee dei pazienti, premi Nobel di tutto il mondo. Voi riuscite a condurre le vostre battaglie senza coinvolgere la cosiddetta “società civile internazionale”?
Il 23 marzo 1972, in Tasmania, è nato il primo partito verde del pianeta. Lo United Tasmania Group si formò per contrastare la distruzione del lago Pedder. Poche settimane dopo, in maniera del tutto autonoma, in Nuova Zelanda nasceva il Values Party, il primo movimento verde a candidarsi a delle elezioni nazionali. Negli stessi anni l’opinione pubblica europea iniziava ad avere a cuore le medesime istanze. Insomma il movimento verde è “geneticamente” transnazionale. Nel 2001, proprio qui a Canberra, si è tenuta la prima conferenza dei Verdi globali. Poi abbiamo lavorato alla seconda conferenza che si è tenuta quest’anno a San Paolo, in Brasile, ed ora – proprio qui in Australia – ha sede il segretariato mondiale del movimento verde. Anche noi crediamo che rimanendo nei confini nazionali saremmo battuti. L’umanità ha situazioni gravi da affrontare. Dobbiamo pensare ed essere globali.
Hai parlato dell’ingresso dei verdi nella scena politica nazionale e non solo. Ricordo ai lettori che una delle prime proposte di legge da te introdotte al Parlamento della Tasmania era intitolata “Morte con dignità”. Qual’è la situazione del Paese, oggi, in merito alle scelte di fine vita?
La maggior parte degli Stati in Australia ha oggi delle legislazioni in materia, soprattutto sul testamento biologico. Nel 1995 la regione del Northern Territory – prima al mondo – introdusse nella sua legislazione la possibilità dell’eutanasia per i malati terminali. Cinque persone ne poterono usufruire. Poi il governo conservatore di Howard approvò una legge che scavalcava quella dello Stato, proibendo l’eutanasia. In Senato ho depositato una proposta di legge che servirebbe, a sua volta, a superare questo divieto federale. Vedremo cosa accadrà…
Credi di poter ottenere un sostegno trasversale a questa proposta?
L’80% degli Australiani è favorevole a legiferare in tal senso. Circa l’80% dei parlamentari si oppone. Questi ultimi sono fortemente influenzati dal Papa, dal Vaticano, dalla Chiesa di Inghilterra e da altri gruppi religiosi. Credo sia una situazione letteralmente straordinaria.
Alle ultime elezioni italiane i Verdi, per la prima volta dopo un paio di decenni, non hanno superato lo sbarramento e sono rimasti fuori dal Parlamento. In Australia i Verdi hanno ricevuto, alle ultime elezioni federali, il 7,9% dei consensi. Qual’è, se esiste, la “ricetta vincente”?
Nei sondaggi siamo ora al 10%. Semplicemente abbiamo scelto alcuni temi e su quelli ci siamo battuti sia dentro che fuori il Parlamento. Inoltre non abbiamo permesso ai media di concentrare la loro attenzione sui temi sui quali diciamo “no”. Piuttosto ci siamo assicurati di pronunciare continuamente dei “sì” su proposte di fronte alle quali tutti gli altri partiti avrebbero detto “no”. Come la legalizzazione dell’eutanasia, lo stop al processo di deforestazione, un’azione più incisiva contro il riscaldamento globale. Temi sostenuti dalla maggioranza dell’opinione pubblica.
 

Giovedì, 23 luglio, 2009 - 15:25

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