Avanti con i registri anche dopo i ricatti del governo

di Luigi Manconi

Il disegno di legge sul Testamento biologico (o meglio: contro il Testamento biologico) è stato approvato dal Senato nel marzo del 2009. Non voglio ritornare sul giudizio di merito dato all’epoca (la più profonda lesione dei principi del nostro ordinamento giuridico mai tentata nella storia repubblicana), ma mi preme evidenziare il meccanismo politico-ideologico che lo ispira. Nel momento in cui – a seguito della vicenda di Eluana Englaro – maggiore è la sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti delle questioni di “fine vita” e più attenta la considerazione per il grande tema dell’autodeterminazione del paziente, il governo e la maggioranza la buttano in caciara:  ovvero traducono in una rissa triviale una controversia etico-giuridica  che rimanda alla sfera dei diritti civili fondamentali. Dal ricorso a un linguaggio mondano-truculento (“l’assassinio di Eluana”, “la donna ancora in grado di fare figli”…) fino all’adozione di atti pubblici, sproporzionati e grossolani rispetto alla delicatezza del caso (il previsto decreto governativo e la circolare del ministero del Welfare), l’intera azione del centro destra sembra finalizzata solo ed esclusivamente a un risultato sul piano dei rapporti di forza. L’offensiva è schiettamente ideologica: quegli strumenti così rozzamente utilizzati hanno il solo scopo di imporre autoritativamente messaggi che si vorrebbero morali: l’indisponibilità della vita umana, proposta come dogma, e l’interruzione di alimentazione e idratazione artificiali, presentata come eutanasia. Messaggi di intensa emotività, che rifiutano di considerare la complessità delle situazioni, la fatica delle scelte, la crudeltà delle contraddizioni, per ridurre tutto all’indecente mistificazione di un referendum pro o contro la vita. Al fine di imporre questo regressivo terreno di scontro, non si è badato a spese, non si è rinunciato ad alcun colpo basso, non è valso alcuno scrupolo. Tutto è stato ridotto a una battaglia politicistica, vinta dal centro destra, almeno in prima istanza, sul piano normativo (il disegno di legge approvato dal Senato). Ma quanto quella vittoria fosse limitata alla dimensione della rissosità ideologica e della tattica parlamentare, è dimostrato inequivocabilmente dalla data ricordata all’inizio: a distanza di diciannove mesi dal voto del Senato, una maggioranza così ampia (che era così ampia) non è stata in grado di portare quel provvedimento all’approvazione della Camera dei deputati. E, sempre a distanza di diciannove mesi, la sola via che il governo può percorrere è quella centralistico-autoritaria: ovvero la circolare dei ministeri dell’Interno, del Welfare e della Salute che pretende di delegittimare i registri comunali dei Testamenti biologici. Non è il solo fatto che riveli il nervosismo del ceto politico di destra nei confronti della sensibilità collettiva su tali temi. Quando, per una volta (nel corso della seconda puntata di “Vieni via con me”), le parole di Beppino Englaro e di Mina Welby raggiungono una amplissima (9 milioni di spettatori), si scatena un’ipocrita polemica, basata su due falsi. Il primo: Englaro e la Welby non hanno parlato, certo, “a favore della morte”, bensì struggentemente a favore di una vita, considerata in tutta la sua complessità e anche drammaticità. Secondo falso: non sarebbe stata rispettata la parcondicio tra posizioni diverse. Ma ridurre la pluralità delle idee e delle opzioni al solo ambito di un solo programma, di un solo canale, è puerile. Forse che noi chiediamo di poter replicare ogni volta che il Tg1 o “A sua immagine” esprimono una determinata posizione?. E infine – ed è il punto fondamentale – si assiste a un continuo slittamento del concetto di dialettica democratica. Oggi, in Italia, le posizioni opposte a quelle dell’associazione Luca Coscioni e A Buon Diritto sono ampiamente tutelate sotto il profilo politico, culturale, sociale e (ciò che più conta) giuridico. È bene che sia così. Ma sono le nostre posizioni che non vengono altrettanto garantite. Detta in altri, e più elementari, termini: nessuno, né prima né dopo la relativa legge, ti imponeva di divorziare o di abortire, ma senza la relativa legge, chi decidesse in piena coscienza di farlo, sarebbe sanzionato. Così è oggi: nessuno ti impone di toglierti (o di togliere a tuo marito) il polmone artificiale, ma se tu – in piena coscienza e per sottrarti a dolori atroci – intendi farlo, incontri una legge arcigna, se non nemica. 

Venerdì, 10 dicembre, 2010 - 18:47

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