Intervista con il Dottor. Jefferson, fondatore di Bios

Arriva dall'Australia l'Open source biologico

di Matteo Angioli

 Una piattaforma globale per l'innovazione pubblica e condivisa, senza dare la colpa alle multinazionali

 Quali sono stati i vostri obiettivi?

 
Puntiamo ad un’innovazione ecologica inclusiva. Il processo d’innovazione deve essere trasparente ed inclusivo: chiunque abbia di fronte a sé una sfida dovrebbe avere l’opportunità di rispondere con interventi creativi: in altre parole, avere la libertà di innovare, non solo di parlare o di apprendere, ma di risolvere i problemi. L’obiettivo, nel far crescere questo movimento, se di movimento vogliamo parlare, è trovare una via democratica alla soluzione dei problemi. Quindi non ci occupiamo della scienza in quanto tale. Ma di un’innovazione resa possibile dalla scienza.
 
Per quanto riguarda la democratizzazione dell'innovazione,,  lei ha sostenuto che il problema non è costituito dalle varie multinazionali, come ad esempio la Monsanto. Loro semmai lo diventano. Si può dunque tracciare una similitudine con ciò che disse Obama al Congresso sul sistema sanitario americano, cioè che non sono le compagnie assicurative ad esser malvagie, ma è il sistema che le fa divenire così?
 
Si, è una buona sintesi. Raramente comunque serve descrivere un problema in termini di male o bene. Molte delle persone che conosco che lavorano per la Monsanto sono convinte di aiutare il mondo e non certo di fare esclusivamente soldi. Lo credono sinceramente ed è questo che li motiva. Tra di loro ci sono influenti scienziati e businessmen.
 
 
Il settore pubblico non investe per l'innovazione?
 
No, è esattamente l’opposto. E’ stato impiegato molto denaro, ma più che di investimenti, parlerei di spese. Credo che il settore pubblico abbia dato prova di una scarsa capactà di partecipazione e comprensione, che invece sarebbe utile per far emergere una realtà sociale come quella del mondo dell'innovazione, per darle i mezzi per vivere e divenire autosufficiente.
 
Per creare un prodotto o servizio che abbia un impatto nella società attraverso il mercato serve molta disciplina. E molti altri ingredienti che non hanno nulla di scientifico. Se si vuole sviluppare un prodotto, per esempio un nuovo tipo di seme, un nuovo farmaco, o un nuovo strumento per filtrare l’acqua, questo implicherà l’impiego di fattori scientifici e tecnologici. Ma questa parte sarà soltanto il 5% circa dell’intero processo. Il resto è costituito da fattori che vanno dal rispetto di norme legali, sulla sicurezza e la qualità, l’assemblaggio, il marketing, l’assistenza
Il processo innovativo è complicato ed estremamente disciplinato, implica un lavoro di molte comunità coinvolte grazie a stimoli diversi.Il motivo per cui il settore privato è più efficiente di quello pubblico non dipende dal capitale - almeno non direttamente - ma dal fatto che nel privato si impone una disciplina sulle diverse comunità. Gli addetti al marketing di un prodotto lavorano fianco a fianco degli ingegneri, nelle sedi di produzione. Disciplinando questo processo, con cui si obbligano le varie comunità a lavorare assieme attorno al medesimo obiettivo, si ottiene l’efficienza.
 
Il problema della scarsa innovazione nel pubblico si può riassumere con una mancanza di coordinamento allora?
 
Assolutamente sì! serve metodo manageriale guidato da visione e leadership. C’è la disciplina fiscale o finanziaria per accertare che un determinato prodotto rispetti gli standard di efficienza relativi ai costi di produzione e al prezzo di vendita.Un’azienda privata gestisce una complessa rete di attività per fare una cosa molto semplice: rispondere ai segnali del mercato.
Il compito del settore pubblico è molto più interessante, più avvincente, ma anche più difficile: attuare risposte sociali alle mancanze del mercato, per creare un ambiente in cui diverse forze innovative possano partecipare. Ma questo richiede tutta la disciplina e il metodo del settore del privato, ed altro ancora! Serve una comprensione e una visione del contesto profondissima, ma critica.
Il problema è che il pubblico ha frammentato le sue risorse; invece di aggregare ha separato. Per esempio, la ricerca scientifica pubblica, ha pochi rapporti con l’innovazione biologica. Nel pubblico si comportano come se fossero il settore privato: si muovono con fare efficiente e baldanzoso, usano il linguaggio delle società private, sembrano bambini che giocano a fare i grandi, parlano d’innovazione e di proprietà intellettuale e pensano di far parte del gioco, ma non ne vivono la realtà scomoda e dolorosa. Fare è difficile, parlare è facile. Il settore pubblico non ha ancora acquisito il metodo necessario. La mia convinzione è che con la giusta trasparenza, con la pubblicità e l'apertura, potrà farcela.
 
Quando 10 anni fa ho lanciato BIOS, l’intenzione era quella di creare un’efficiente sinergia tra persone impegnate a cercare la soluzione di problemi rilevanti. La scienza da sola non può risolvere i problemi. Può fornire risposte, ma i problemi sono risolti dalle persone e dalle istituzioni. Il tipo di domande che poniamo, e il come vengono distribuite o condivise le risposte, può determinare chi risolve (o no) i problemi.
 
Per il settore pubblico, possiamo intervenire iniettando molta più trasparenza, cosicché le persone possano comprendere le conseguenza del loro comportamento, che allora potrà essere premiato o sanzionato. Immaginiamo che uno scienziato alla Sapienza di Roma sviluppi un nuovo strumento capace di diagnosticare la malaria, o la TBC. Attraverso gli uffici per il trasferimento tecnologico, l’università brevetterà il prodotto. Ma come farà a condividerlo? Non lo farà. Lo scienziato non conosce il mondo della diagnosi, non è membro di una società di diagnosi. Non può sapere se il suo strumento è più adatto allo studio della tubercolosi o a quello della diagnosi. L’università gli dirà allora di monetizzare. Lo scienziato si guarderà attorno chiedendosi come fare a venderlo e a guadagnarci, perché l’università gli avrà spiegato che è importante venderlo così lui potrà pagare l’università che a sua volta sarà in grado di fare nuove invenzioni, da monetizzare e da cui ricavare profitto. Il tutto assomiglia molto a un circolo vizioso. Poco interessante.
 
cosa accadrebbe se invece avessimo un sistema trasparente e semplice, come una risorsa informatica per esempio, una sorta di mappa cartografica a disposizione delle università per vedere le mutazioni della TBC, l’evoluzione della diagnosi, gli attori coinvolti, i progettisti? In questo modo lo scienziato capirebbe con quale puzzle il pezzo in suo possesso è compatibile. Si interrogherebbe sulle scelte migliori di cui beneficerebbero sia l’università, sia la società. Al momento questo non avviene.
 
Le multinazionali, dobbiamo dire che non sono “cattive”. E’ indubbio però che sono parte del problema perché potrebbero creare prodotti agendo nel settore pubblico massimizzando i benefici per la società intera. Purtroppo non lo sanno. Per questo abbiamo focalizzato il nostro lavoro sull’open source biologico per concentrarci al 100% sullo sviluppo di un nuovo modello di massima trasparenza, non soltanto informazione, ma partecipazione: partecipazione al momento decisionale nell’ambito della proprietà intellettuale e dell’innovazione.
 
La nostra idea è fare dell'innovazione biologica un processo efficiente davvero inclusivo. I nostri sforzi per la trasparenza si stanno indirizzando sempre di più sulla proprietà intellettuale globale e sulla business information come strumenti “open source”.
 
Quindi un processo empirico, basato sui fatti??
 
 
Si, ma è qualcosa che va oltre i fatti. Un fatto deve esistere in un contesto. È come se durante le prime fasi della biologia open source noi fossimo dei navigatori senza mappe con l’unico obiettivo quello della sopravvivenza di questa piccola ciurma. La sopravvivenza forse è possibile. Ma se l’obiettivo è di avere migliaia di navigatori in più, che navigano nel mondo dell’innovazione, allora dovremmo lavorare assieme, creando e condividendo le mappe. I Portoghesi e gli Spagnoli furono i giganti del commercio nel XV e XVI secolo perché dominavano la cartografia. Quando le mappe divennero pubbliche, la concorrenza si fece più aperta e leale e il numero dei partecipanti crebbe. Dobbiamo fare la stessa cosa Per questo ci proponiamo di creare una nuova piattaforma, prima di rimetterci al lavoro sulla ricerca. La nostra società ha bisogno di una svolta e per farlo abbiamo interrotto il nostro lavoro sulla biologia per concentrarci sul metodo, cioè sulla trasparenza della cartografia, sulla trasparenza.Siamo riusciti a convincere la Gates Foundation, che ha deciso di sostenere una parte del nostro lavoro.
 
Un sostegno importante!
 
Si, la fondazione è in cerca di nuovi prodotti e servizi per i poveri e hanno compreso che mentre la maggior parte dei loro donatori sono agenzie pubbliche, queste istituzioni non colgono le complessità del sistema e non hanno la cultura del preparare un prodotto o servizio, al di là della redazione di documenti scientifici. Per questo la creazione di una ambiente aperto e condiviso in cui il pubblico possa interagire con gli esperti e chi ha la conoscenza, può essere uno strumento capace di ridurre le frizioni e le incomprensioni. Ha costi bassissimi perché attraversa vari settori e vari investitori pubblici e privati che vogliono veder fiorire le loro attività.
 
Cosa chiederebbe al nuovo governo?
 
Se fossero le politiche (policies) a determinare le decisioni e non la politica (politics), direi una cosa sola: completa e immediata trasparenza del sistema d'innovazione, pubblicità dei suoi risultati.
Con la trasparenza, la gente scoprirebbe una nuova strada per arrivare alla soluzione dei loro problemi,.
 
Creerebbe una specie di organo governativo apposito?
 
No! Assolutamente no! Basta organi! Dobbiamo creare una piattaforma globale dove l’innovazione della conoscenza sia disponibile a tutti e perfezionabile dai partecipanti. Questo implica un laboratorio globale che permetta di vedere, a chiunque voglia, che cosa il settore pubblico e privato stanno facendo in qualsiasi campo, dalla proprietà intellettuale, alle pubblicazioni, dagli affari alle regolamentazioni. La struttura che chiederei al Ministrodovrebbe aggregare tutte le informazioni del Governo.
 
Ha in programma di approcciare qualche politico a Canberra?
 
No, ci ho vissuto 18 anni e li conosco quasi tutti. Purtroppo nel mondo della politica le cose non funzionano cosi. Abbiamo un approccio destabilizzante per loro. Chi lavora là spesso non fa che mantenere alla larga nuovi possibili arrivi. Noi vogliamo democratizzare la società con molti nuovi attori e con molte nuove idee. La nostra visione la chiamiamo 3D: democratizzare, decentralizzare, diversificare. Per farlo è importante focalizzarsi su come rimuovere gli ostacoli a questo processo.
La biologia open source quindi non riguarda soltanto i brevetti e le licenze, bensì l’integrazione della disciplina manageriale in un settore pubblico che ha abbandonato le sue responsabilità. L’ecologia innovativa è stata abbandonata in nome di banali urgenze. Ed è sbagliato. Non abbiamo fatto il nostro lavoro.
Il pubblico è responsabile ed efficiente a seconda di quanto noi lo incoraggiamo e obblighiamo ad esserlo. Non è colpa del settore privato dunque. Le società private prevedibilmente cercheranno di fare il massimo dei profitti. Ma se creassimo un’ecologia equa e aperta alla competizione, permettendo anche ad altri di partecipare, minimizzando i costi d’innovazione, assisteremmo ad un cambiamento epocale e questo è ciò che voglio.
 
 
Venerdì, 15 ottobre, 2010 - 15:29

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