Andare in pensione stanca

 

 La ricerca della Rand Corp
Un cinquantenne negli Stati Uniti si aspetta di lavorare fino a 65 anni ed ha un maggiore incentivo ad investire nel capitale umano di quanto non avvenga per un lavoratore italiano che si aspetta di andare in pensione a 57 anni. Per questo la riduzione dell’esercizio mentale sul posto di lavoro può iniziare molto prima dell’effettivo pensionamento.
 Parola di Nature
Uno dei vincitori del Premio Nobel per la medicina e la fisiologia del 2007 è Oliver Smithies, inglese di 82 anni emigrato in America del Nord nel 1953. Se fosse rimasto in Europa, Smithies sarebbe stato costretto al pensionamento circa 17 anni fa.

 

 Il pensionamento è associato a forme di “declino cognitivo”, dimostrano alcuni studi scientifici, addirittura già con l’approssimarsi del ritiro dal lavoro. Il mondo della ricerca scientifica se n’è accorto, ed ha iniziato una battaglia per quanti non intendono smettere di lavorare soltanto perché lo impone una legge La pensione è sempre e comunque un traguardo da raggiungere nel modo più rapido possibile? A giudicare da quanto per esempio pensano gli Italiani, la risposta non sembra essere così scontata: secondo una ricerca realizzata dall’ISFOL nel 2006 con il Ministero del Lavoro, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze demografiche dell’università “La Sapienza” di Roma, sette lavoratori su dieci tra i 60 e i 64 anni si ritengono in grado di lavorare anche dopo i 65 anni, mentre il desiderio di andare in pensione è molto più intenso nelle classi giovanili e si attenua fortemente in quelle più anziane. Il senso comune, in questo caso, coincide innanzitutto con il buon senso: per rimettere in carreggiata i nostri sistemi di welfare alla luce delle evoluzioni demografiche del mondo industrializzato, quella di andare in pensione sempre alla stessa età a fronte di un allungamento progressivo della vita media non è un’opzione percorribile. Non solo: sempre più spesso è la stessa ricerca scientifica ad offrire argomenti che militano a favore di una limitazione meno rigida dell’età lavorativa. Secondo uno studio pubblicato di recente dalla Rand Corporation, un autorevole think tank statunitense, “un pensionamento precoce ha un significativo impatto negativo sulla capacità cognitiva delle persone sessantenni”. I ricercatori arrivano a questa conclusione confrontando da una parte la situazione della forza lavoro negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa - in termini di legislazione sull’età pensionabile e incentivi o disincentivi all’occupazione –, e dall’altra parte alcuni studi a campione sulle abilità cognitive della fascia di popolazione a cavallo dei 60 anni. Le differenti politiche pubbliche, a giudicare dai risultati, contano eccome. Un esempio? “Troviamo un effetto ampio e significativo del pensionamento (o più precisamente del fatto di ‘non lavorare per uno stipendio’) che suggerisce come esso sia associato a una riduzione del punteggio della memoria di 4,7 punti (su una scala che va da 0 a 20) rispetto a quanti continuano a lavorare”. Un’oscillazione del 20 per cento della capacità mnemonica è un effetto non da poco. “Perché il pensionamento comporta un declino cognitivo? Una prima ipotesi – si legge nel saggio della Rand Corporation - è quella secondo la quale chi lavora è maggiormente impegnato in esercizi mentali di quanto non lo sia un pensionato, perché l’ambiente di lavoro è di per sé più impegnativo e stimolante di quanto non sia un ambiente non lavorativo. Infatti le raccomandazioni fatte ai pensionati affinché mantengano uno stile di vita impegnato, riempiendo il loro tempo libero con attività come il bridge o le parole crociate – insomma ‘usando’ il cervello in modo da non ‘perderlo’ – danno implicitamente per scontato che la vita di un pensionato possa mancare di stimoli cognitivi, a meno che non si intraprendano alcune azioni in senso contrapposto. […] La teoria del capitale umano suggerisce un altro meccanismo che può produrre un effetto di pensionamento mentale: la prospettiva di un pensionamento precoce può comportare un minore livello di esercizio mentale già mentre si è ancora a lavoro. Poiché la funzione di produzione del capitale umano richiede che un individuo combini abilità cognitiva, stock di conoscenza e sforzi per accrescere il capitale umano, l’esercizio mentale tende a essere una funzione crescente del volume di investimento. Per i lavoratori che si avviano a concludere la propria carriera, il valore attribuito al fatto di continuare ad accrescere il proprio capitale umano dipende molto dalla lunghezza della vita lavorativa che rimane davanti a sé. Per esempio, un lavoratore cinquantenne negli Stati Uniti si aspetta di lavorare fino a 65 anni ed ha un maggiore incentivo ad investire nel capitale umano di quanto non avvenga per un lavoratore italiano che si aspetta di andare in pensione a 57 anni. Per questo ipotizziamo che le differenze tra gli incentivi al pensionamento in Paesi diversi inducano una riduzione dell’esercizio mentale sul posto di lavoro che può iniziare molto prima dell’effettivo pensionamento”. Le scelte della politica, in questo ambito, sono fondamentali. E battere sul tasto dell’età pensionabile – da abbassare o innalzare a seconda dei gusti - evidentemente non è sufficiente: “Per esempio c’è una implicita tassa sul reddito se un anno in più di lavoro, diciamo per esempio oltre i 62 anni d’età, non si traduce in una retribuzione mensile maggiore una volta che si è andati in pensione. Negli Stati Uniti, nel caso in cui una persona ritarda il momento in cui rivendica l’accesso alle prestazioni della sicurezza sociale, queste ultime sono adeguate verso l’alto – in modo effettivamente equo –, mentre in altri Paesi le stesse prestazioni non sono in alcun modo influenzate dalla quantità addizionale di lavoro. Queste differenze nelle politiche pubbliche sono alla base delle differenze di incentivazione a lavorare tra Paesi con un’aliquota marginale bassa come gli Stati Uniti, la Svezia e il Canada e Paesi con aliquota estremamente elevata come il Belgio, l’Italia, la Francia e l’Olanda”. Non è un caso che proprio nell’ambito della ricerca scientifica, settore nel quale la creatività costituisce un valore aggiunto fondamentale, si stia pensando da tempo a “pensionare il pensionamento, come scriveva Nature nel maggio 2008: “Uno dei vincitori del Premio Nobel per la medicina e la fisiologia dello scorso anno (2007, ndr) è Oliver Smithies, inglese di 82 anni emigrato in America del Nord nel 1953. Se fosse rimasto in Europa, Smithies sarebbe stato costretto al pensionamento circa 17 anni fa. Invece, alla Scuola di Medicina di Chapel Hill presso l’Università della Carolina del Nord, lavora fianco a fianco con scienziati più giovani, ottiene finanziamenti ed emana un entusiasmo giovanile. […] Negli Stati Uniti le persone anziane fanno tutti i tipi di mestieri; alcuni perché sono felici di lavorare, altri perché hanno bisogno di soldi. La ragione fondamentale, comunque, è che – a differenza dell’Europa – tutti hanno il diritto, per legge, di essere considerati ai fini lavorativi, indipendentemente dall’età. Misure contro la discriminazione in base all’età esistono anche in Australia e Canada. Mentre in Europa e Giappone le politiche di pensionamento obbligatorio sanciscono ed istituzionalizzano la discriminazione. I contributi di scienziati che sono ben oltre i 60 anni falsificano le ragioni che sono alla base di queste politiche pregiudizievoli. In verità il presidente tedesco Horst Köhler si è recentemente espresso contro il pensionamento obbligatorio ed ha descritto l’aumento dell’aspettativa di vita avvenuto nel secolo passato come ‘un grande dono per tutti noi’. Che spreco spingere i cittadini più anziani al pensionamento, ha detto. ‘Potremmo ottenere molto di più se permettessimo che la curiosità e l’impulsività della gioventù fossero temperate dalla saggezza e dalla calma interiore dell’anziano’”.
Il caso Cambridge Continua Nature: “Guardiamo ad un caso reale: l’Università di Cambridge si sta attualmente confrontando con questi problemi perché, grazie alla pressione dell’Unione Europea, nel Paese il diritto sta cambiando gradualmente. Oggi l’età normale di pensionamento è 67 o 68 anni; quando si richiede una proroga, l’università può concederla per un massimo di tre anni. Più della metà dello staff sta facendo domanda per un’estensione, il che riflette – presumibilmente – tra le altre cose, un elevato livello di soddisfazione lavorativa. L’università prende in considerazione ogni caso individualmente e concede dei contratti variabili, che cambiano a seconda delle mansioni svolte, come fanno nella maggior parte dei casi le istituzioni accademiche statunitensi. In tutti questi casi il fattore determinante principale è l’opinione del dipartimento universitario interessato; se anche il capo dell’istituto intende tenere la persona, l’università prova a sostenerli, se può trovare i soldi. Una soluzione di buon senso, visto che un dipartimento centralizzato di risorse umane non può compiere questi giudizi individuali. Questo processo è andato avanti per 18 mesi, e quindi i contratti prolungati non sono ancora arrivati al termine. Ma quando questo avverrà, tra un anno e mezzo, l’università ha fatto sapere che le persone potranno fare ancora una volta domanda per prolungarli ulteriormente. L’esperienza statunitense suggerisce che solo una piccola percentuale dei professori deciderà di procedere molto oltre i 75 anni. Un modo per prendere in considerazione la variabilità individuale è quella di liberalizzare ulteriormente l’intero processo, indebolendo il ruolo di docente ordinario che fino ad oggi è stato intoccabile. Dobbiamo essere realistici ed ammettere che offrire un ruolo sicuro con un salario per 30-40 anni, senza considerare se ci sia o meno un utile contributo all’istituto che offre il lavoro, è superfluo e ingiusto. Il contratto a tempo indeterminato è stato già abbandonato da molti istituti di ricerca governativi. John Bonner parla interpretando l’opinione di molti quando sostiene che ogni istituzione dovrebbe ‘valutare gli individui più anziani e, se rimangono, fornirgli i mezzi per continuare il proprio lavoro se essi restano produttivi e vanno verso quella direzione’. È il momento giusto di fare altrove quello che gli Americani hanno già fatto: consentire la ricerca della felicità a quei cittadini anziani competenti che desiderano mantenere o cercare un impiego”.
 (Gli ampi stralci citati in queste pagine sono tratti essenzialmente da due saggi: 1) Rohwedder, S., Willis, R. J., Mental Retirement, Rand Corporation working paper, ottobre 2009; 2) Lawrence, P. A., Retiring Retirement, Nature maggio 2008.
Martedì, 10 agosto, 2010 - 17:34

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