Ambiente: dall'intransigenza sacrosanta al pragmatismo

a cura di Arturo Diaconale

Il parco vive a condizione che chi ci vive possa avere la possibilità di continuare a viverci. Un parco in cui le comunità si spopolano è destinato a morire, a decadere. Serve un ambientalismo pragmatico.

Vi ringrazio per avermi invitato a partecipare a un incontro al quale, in realtà, non dovrei essere. Dovrei essere nel Parco dell’Abruzzo, dovrei essere a L'Aquila, dovrei essere insieme ai miei conterranei a vedere e a cercare di organizzare – per quello che ovviamente mi compete – i primi soccorsi rispetto una situazione che è devastante. Non sono potuto andare perché le strade sono bloccate e la sede del parco è stata chiusa. Quello che succede, per quanto mi hanno riportato, è una devastazione, un cataclisma che molti pensavano si potesse prevedere, ma che – anche fosse stato previsto – non si poteva prevenire. Perché nell'ordine di questi cataclismi naturali è difficile prevenire, né si poteva addirittura pensare – nel caso fosse stato previsto – di evacuare due-trecentomila persone da un territorio così ampio, garantendone la sopravvivenza e limitando gli effetti soltanto alla parte materiale. In qualità di commissario del parco, io entro nel dibattito per dire che non si cementifica nei parchi. Il cuore verde dell'Italia e dell'Europa che è rappresentato dall'Abruzzo deve rimanere intoccato; l'idea di poter entrare nel parco e poter costruire in maniera indiscriminata, sull'esempio di quello che è avvenuto negli ultimi sessant'anni, almeno per quanto riguarda il parco di cui al momento sono responsabile, vi garantisco che non potrà realizzarsi. Detto questo, io sono consapevole del fatto che un parco non possa vivere esclusivamente nella conservazione astratta dell'ambiente: il parco vive a condizione che chi ci vive possa avere la possibilità di continuare a viverci. Un parco in cui le comunità si spopolano è destinato a morire, a decadere, perché sono le comunità quelle che per prime garantiscono la conversazione del parco stesso. Bisogna avere la consapevolezza che la difesa del verde dev'essere fatta tenendo conto di questa doppia esigenza: da un lato le ragioni dell'ambiente, dall'altra quelle di chi ci vive. Ci sono state fasi nella storia dell'ambientalismo italiano che io credo assolutamente sacrosante. La fase della difesa estrema dell'ambiente, della difesa ideologica, diciamo intransigente, estremista, fondamentalista, è stata una fase assolutamente sacrosanta: io non sono né intransigente né estremista né fondamentalista, sono un liberale pragmatico e quindi sono contrario a ogni “-ismo”, però devo riconoscere che la prima fase intransigente è servita a impedire che questo paese venisse cementificato in maniera selvaggia, così come è stato cementificato nel resto del paese. I parchi sono stati un baluardo rispetto alla cementificazione selvaggia, e quel tipo di ambientalismo ha fatto battaglie sacrosante. Naturalmente le fasi cambiano: adesso siamo in una fase diversa, e quel tipo di ambientalismo deve cominciare ad aprirsi a meno “-ismi” e a più concretezza. Dobbiamo affrontare la difesa e la tutela dell'ambiente in maniera tale da tener conto delle persone che vivono nell'ambiente stesso. Adesso mi metto nei panni dei giornalista e non posso che rilevare una contraddizione, rappresentata dal fatto che il punto di vista degli urbanisti è sacrosanto ma – se portato al paradosso – tende a nascondere la necessità di tener conto di altri punti di vista. Il Piano Casa non è l'espressione del punto di vista degli architetti o degli urbanisti, ma di chi deve affrontare un contingenza: una crisi economico-finanziaria che colpisce il paese in maniera talmente forte da rendere necessari interventi che riattivino un meccanismo virtuoso e facciano ripartire un'economia altrimenti condannata al declino. Nel momento in cui il declino continua e la crisi si accentua, ovviamente salta la possibilità di fare progetti più articolati e più precisi su una nuova programmazione per sistemare il nostro territorio. Con una crisi accentuata non si rottama nessun quartiere, non ci sono mezzi per rottamare neppure una casa, con una crisi accentuata non si fa assolutamente nulla. C'è questa contraddizione: la necessità di tener conto anche di altri punti di vista. Naturalmente io avverto l'esigenza che i progetti del governo, condivisi con l'opposizione, vengano sottoposti a una critica attenta per evitare errori, perché non è che noi, nel nostro passato, abbiamo avuto una situazione idilliaca che rischia di essere messa in crisi dalla situazione contingente del Piano Casa. Qui abbiamo una devastazione. Le legge del '42 sarà stata pure una legge perfetta, paradossalmente liberale in un'epoca fascista, ma è rimasta totalmente inapplicata sin dall'inizio. Dal momento in cui si è andati in deroga di quella legge per la necessità di ricostruire, al momento in cui – con il Piano Casa di Fanfani negli anni '50, dopo la prima ricostruzione delle città devastate dalla guerra – era necessario dare la casa a chi non l'aveva, e successivamente dal '60 in poi con la speculazione selvaggia che si è verificata con la complicità di tutti, di tutte le forze politiche con qualche eccezione. Anche con la complicità di alcune categorie che hanno partecipato tranquillamente a questa speculazione selvaggia. Quando passo a Spinaceto, a Roma, prenderei in mano la pistola, non per sparare a me stesso ma per compiere qualche esecuzione su chi ha compiuto delle nefandezze di quel genere, che vanno rottamate. Vanno rottamati i quartieri che dal '60 in poi sono stati costruiti sui terreni demaniali, sui terreni agricoli, sul Vesuvio, dentro il Vesuvio. Chi può escludere che da un momento all'altro il Vesuvio non si comporti come le montagne abruzzesi, che già nel Settecento avevano distrutto L'Aquila? Nessuno può prevederlo. Ci troviamo di fronte alle necessità di affrontare, da una parte, problemi contingenti, e dell'altra quella di risolvere delle tare che ci portiamo appresso da sessant'anni a questa parte, nate non con l'intenzione di speculare. Io do la mia buona fede, almeno fino a prova contraria: tutti i progetti di cementificazione e di costruzione (come Corviale o i palazzi di Viale Marconi) probabilmente sono nati per rispondere all'esigenza di dare una casa ai cittadini. Sono state date case pessime, l'ambiente è stato distrutto, le città sono state devastate. È chiaro che di fronte a tutto questo bisognerebbe ricominciare da capo, ma io vi dico: ricominciare da capo in maniera pragmatica, perché la mia preoccupazione è che, se si vuole cambiare tutto, si lascia tutto quanto immutato. È il processo riformista: è molto faticoso cominciare a correggere un provvedimento, impegnarsi a sollevare una questione che serve a correggere un percorso. È più facile dire che è tutto sbagliato. La cosa perfetta sarebbe questa, ma bisogna sapere che la perfezione non è di questo mondo e non lo sarà mai.

Martedì, 9 giugno, 2009 - 16:45

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