La profezia di Pannunzio e l'attualità coscioniana

1956: contro il pasticcio social - confessional - corporativo

di Vittorio De Caprariis

L’efficacia positiva e costruttiva della laicità acquista forza ulteriore in un Paese nel quale le tradizioni politiche dominanti – clericale, comunista e fascista – hanno storicamente avversato lo Stato liberale.

V’è oggi nel nostro paese, e forse anche più diffusa di quel che di solito si creda o si mostri di credere, un’esigenza “laica”: l’esigenza di una voce che si differenzi nel concerto delle altre, delle molte altre che il laicismo avversano o ignorano o fingono di accettare, riducendolo tuttavia ad una formula generica e vaga e insignificante. E v’è certamente una buona ragione di ciò: poiché una delle cose più penose a cui ci è toccato assistere in questi ultimi anni è stata appunto la degradazione del significato genuino del laicismo, ad opera dei suoi avversari confessionali come ad opera di amici troppo servizievoli e corrivi. Si è così finto di credere che il laicismo fosse una posizione puramente negativa nei confronti del clericalismo, una posizione di battaglia non meno intollerante del più intollerante clericalismo, o che fosse una comoda etichetta, buona a far passare qualsiasi mitologia classista.

E a forza di fingere si è finito col crederlo veramente, al punto che si è potuto dire […] che l’esigenza laica non costituisce un sufficiente tessuto connettivo, non è un motivo che basti a mettere e a tenere insieme delle forze che pure si collegano ad una comune tradizione di valori, non è, insomma, una valida ed efficiente piattaforma politica. Forse non ha giovato o addirittura ha contribuito a creare e ad intrattenere degli equivoci la formula che i più pensosi e coscienti dei laici non hanno esitato a fare propria e a ripetere, senza arricchirla tuttavia, come avrebbero dovuto, delle necessarie specificazioni: la formula cioè che il laicismo non si identificava affatto con l’anticlericalismo . In essa si è voluto vedere (e la duplice e congiunta pressione dei clericali e dell’estrema sinistra ha non poco alterato i termini della questione) come una rinuncia alle esigenze polemiche che meglio caratterizzavano la dottrina, se non una acquiescenza passiva al mutamento profondo intervenuto nello schieramento delle forze politiche del paese. Ed invece in quella formula era solo il desiderio di liberare l’ideologia laica da quel che di provvisorio o magari di puramente negativo restava pure di una certa esperienza storica (quella della costruzione dello Stato italiano e dei primi decenni della storia unitaria) per restituirla nella sua genuina fisionomia, per insistere innanzitutto sulla sua efficacia positiva e costruttiva, fuori di ogni equivoco interessato. Non poteva essere, dunque, una rinuncia alla polemica, un’accettazione pura e semplice di una situazione politica data una volta per tutte; voleva essere, invece, un trasferimento della polemica su un piano più elevato, una denuncia assai più precisa e consapevole proprio delle insufficienze della situazione politica.

In effetti ridotto alla sua sostanza politica il laicismo non è solo una certa soluzione del problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, ma è una dottrina dello Stato e della politica, è una dottrina moderna della libertà. Il senso dei limiti di ciascun potere nello Stato e l’esigenza della sua sottomissione ad un controllo giudiziario di costituzionalità; la consapevolezza dell’importanza fondamentale e decisiva del controllo politico dell’esecutivo; l’acuta coscienza della necessità di evitare ogni sottomissione del potere politico al potere economico e quindi della necessità di un controllo di quelle forze economiche privilegiate che tendono al prepotere politico; la coscienza che la vita libera e democratica si svolge anche se non soprattutto mercé un’armonica circolazione dei ceti, mercé la distruzione dei privilegi e la progressiva diffusione di una più elevata giustizia distributiva, e la consapevolezza che i poteri pubblici non sono e non possono essere estranei a ciò, non sono e non possono restare da parte ad assistere disinteressatamente alle lotte economiche e sociali, e che è anzi loro dovere preciso di intervenire a spezzare i nuovi feudalesimi; la coscienza finalmente che se una Chiesa non è assimilabile ad uno dei “corpi” dello Stato, lo Stato a sua volta non è assimilabile all’antico “braccio secolare” ed ha perciò il dovere di tutelare l’assoluta aconfessionalità dei suoi organi; tutto ciò, in cui si riassume l’ideologia laica, non è meno che una dottrina dello Stato, dello Stato moderno e democratico, in cui circola, audace e feconda, la forza autonoma della libertà, della libertà intesa non già come accumulazione di privilegi, ma come libertà liberatrice.

Come si vede questi sono esigenze e valori che non si affermano tanto perché vi siano delle forze politiche che li sostengono, quanto perché rappresentano le esigenze e i valori propri di uno Stato moderno, fuori dei quali non v’è vita libera e civile. Ed anzi può capitare che le grandi masse corrano dietro ad altre cose, si lascino trasportare da sentimenti e da passioni e da giudizi più elementari e semplicistici; può capitare addirittura che dietro quella che abbiamo chiamata “l’esigenza laica” siano a volte gruppi minuscoli, i quali perfino si combattono tra loro. Ma l’esperienza ammonisce che quando questo accade la lotta politica si degrada e i suoi termini di semplificano oltre misura, si smarrisce il senso della libertà, il dibattito democratico si fa gramo e stento, il clima in cui si vive diviene soffocante e si inaridiscono le sorgenti della libera critica e della vita spirituale. Noi non abbiamo bisogno, in Italia, di volgerci altrove per cercare la prova di tale esperienza, dal momento che tutti l’abbiamo vissuta, in anni recenti e meno recenti. E si comprende perciò che la misura dell’esigenza laica non è data tanto dalla grandezza delle forze che la sostengono quanto dal suo valore obiettivo, dalla sua indispensabilità per l’edificazione di una democrazia moderna nel nostro paese.

Ora, tra tanto parlare che si fa in Italia di nuovo clima politico, di alternative sociali, di aperture a sinistra, anche quelli tra i più laici che più volentieri salutano l’eventuale accrescimento delle forze che concorrono alla costruzione della vita democratica non possono tacere il timore che le alternative sociali e le aperture a sinistra si consumino appunto a spese dell’esigenza laica. A chiamare le cose col vero loro nome, c’è il timore che l’alleanza dei cattolici e dei socialisti non debba riuscire ad un compromesso social-confessional- corporativo, ad uno di quei pasticci di cui la cucina politica italiana sembra aver sempre la ricetta pronta. Francamente la storia passata, le tradizioni politiche così dei cattolici come dei socialisti non sono molto rassicuranti […].Negli uni la vita del Paese è vista attraverso la lente deformante di un’ideologia della quale il meno che si possa dire è che ha fino a ieri avversato lo Stato moderno; negli altri quella vita stessa è vista attraverso la lente non meno deformante degli interessi di categoria. Ma negli uni e negli altri vi è una pari difficoltà ad elevarsi ad una chiara visione degli interessi generali, ad una chiara visione delle necessità di una democrazia moderna. Il pasticcio social-confessional- corporativo non è difficile da realizzare: basta contrattare tanti articoli 7, tante leggi sui tribunali militari contro tanti aumenti sui salari, tante pensioni e provvidenze, tanta demagogia.

Nel passato, anche recentissimo, abbiamo avuto qualche esperienza di tali contratti: non sappiamo quale delle due parti vi abbia guadagnato; sappiamo però chi vi ha perso. Vi ha perso il paese: perché su tali operazioni si potranno anche fondare delle effimere fortune elettorali; quello che è certo è però che su esse non si fonda né uno Stato moderno né un efficiente regime democratico. Perché lo Stato esista, perché le istituzioni democratiche crescano vigorose, occorre che tra le due parti ve ne sia una terza, quella del laicismo, che richiami l’una e l’altra a quel che veramente si deve costruire, ai valori che occorre rispettare, alle esigenze di cui è necessario tener conto per non fare opera labile e vana. Occorre anzi che quella terza parte non solo richiami le altre, ma imponga loro queste cose, non tanto in nome delle forze che rappresenta quanto in nome delle cose, della verità delle cose. La voce del laicismo, la nostra voce deve essere nel concerto delle altre non per amore di simmetria o per dar soddisfazione ad un piccolo numero di nostalgici, ma perché essa rappresenta veramente, nel modo più alto e genuino, le ragioni dello Stato civile, della libera democrazia moderna.

Lunedì, 12 gennaio, 2009 - 20:12

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