Amore civile e mitologia familiare

di Enrichetta Buchli

Enrichetta Buchli Filosofa, psicoanalista, diplomata all’Istituto Jung di Zurigo, didatta e docente della Scuola di Psicoterapia. Ha lavorato all’Università Cattolica di Milano nel campo della Filosofia e delle Scienze dello Spettacolo, e in Rai. Attualmente collabora con la Cattedra di Storia del Teatro e scrive di clinica, cinema, teatro per numerose testate specialistiche. Per Baldini&Castoldi ha recentemente pubblicato: “Il mito dell’amore fatale”.

Gli esponenti ufficiali della chiesa hanno indetto una guerra santa, con tutti i crismi tradizionali della spinosa faccenda, contro chiunque sostenga la legittimazione giuridica di rapporti d’amore che prescinde, per volontà o necessità, da quella del matrimonio. Mi colpisce la presenza di un arcaico tono da santa inquisizione nelle invettive che leggo. Per altro assente quando si tratta di denunciare quelle forme di male assoluto che sconvolgono la coscienza morale di tutti, credenti e non – abusi, maltrattamenti, schiavitù, mafie e ingiustizie di ogni tipo, fame, degrado, e violenze efferate di ogni genere. Mi colpisce in modo ancor più sorprendente la abile destrezza con la quale i suddetti esponenti sono in grado di occultare le lampanti contraddizioni delle loro presunte argomentazioni. Per la dottrina della chiesa è accettata una sola unione, eterosessuale ovviamente: quella santificata dal sacramento. Per il diritto canonico lo stesso matrimonio civile è come non esistesse. Tant’è vero che la chiesa, ignorando le regole giuridiche, dà il permesso di contrarre matrimonio religioso in assenza di quello civile. Ma non viceversa. Le coppie pur credenti sposate solo civilmente non possono accedere al sacramento della comunione, di centrale importanza per i fedeli. Come si giustifica il fatto che la chiesa stia cavalcando la tigre della famiglia in generale, anche di quella generata da un matrimonio non solo non accettato, ma anche, in passato, combattuto? Perché si abbatte contro i Dico quando, per le sue stesse premesse teologiche, si pongono sullo stesso piano del matrimonio civile? Perché esportare con tanto accanimento regole che valgono solo e esclusivamente per i credenti riuscendo anche a sostenere che Lei, a differenza delle istituzioni islamiche, non ha nulla a che vedere con il fondamentalismo? Quando lo stesso fondatore del cattolicesimo ha sostenuto, più di due secoli fa, “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?” Sorvoliamo poi su una miriade di esortazioni evangeliche circa il dialogo, la tolleranza, l’accoglienza dei “peccatori”. La sacra famiglia. Ma di quale famiglia si sta parlando? La famiglia mononucleare che domina lo scenario della modernità e della postmodernità si è affermata nell’ottocento a opera della rivoluzione industriale. Pochi decenni fa molti la chiamavano “la famiglia borghese”. Non v’è nulla di sacro, tanto meno di naturale in tale assetto sociale che, a causa della ristrettezza di spazi e di parentela, ha via via nel tempo generato tutta una serie di disturbi psichici. E’ ben con tale famiglia che è sorta la psicoanalisi. La storia e l’antropologia ci informano dell’esistenza di altri tipi di assetti, famiglie patriarcali, allargate, tribali. Sono le varie culture, che si avvicendano nello spazio geografico e nella temporalità storica, a decidere i modelli e le regole di comportamento sessuale, relazionale, genitoriale. “L’uomo è per natura un essere di cultura”, diceva il filosofo Arnold Gehlen. Da quando l’antenato Homo Sapiens ha smesso di camminare a quattro zampe abbandonando l’armonioso mondo animale –potremmo anche parlare in termini simbolici di cacciata dal paradiso terrestreogni modalità di sopravvivenza, dalla caccia con le armi all’elaborazione e coltivazione del cibo, dall’accudimento della prole protratta nel tempo alle regole di interazione tra i membri del gruppo, sono invenzioni “non naturali”. Culturali. E le culture possono ammalarsi, involgere, non rispondere più alle esigenze della vita. Gravemente ammalata è la famiglia. E i rapporti amorosi. I ruoli di coppia, le funzioni materne e paterne, sono assolutamente in crisi anche nelle così dette famiglie “normali”. E’ evidente che non si basano su programmi biologici, ma sul sapere. Gli insegnanti lo sanno bene. E anche gli psicologi. E che dire di quelle famiglie, sempre più numerose, dove le mogli vengono picchiate selvaggiamente, i figli abusati e maltrattati, oppure oggetto-possesso delle frustrazioni narcisistiche degli adulti. Che dire delle madri che uccidono i figli non di rado perché sole come cani –regolarmente sposate, ovvio- , dei padri assenti perché alienati da condizioni di lavoro dis-umane, in preda alla continua minaccia della catastrofe economica. L’elenco può essere interminabile. Le culture si ammalano, ma possono anche produrre i rimedi. L’amore civile, questo il programma di cura da me indicato nel testo “Il mito dell’amore fatale”. Diagnosi e cura, programma di base del convegno. Giddens, con la teoria dell’intimità come democrazia, Beck, con quella della individualizzazione delle relazioni affettive, hanno contribuito alla proposta di modalità relazionali e familiari che possono sopravvivere solo se l’astratta nozione di democrazia, prevalentemente applicata al pubblico, penetri nelle mura domestiche. Ma, ancor più nelle nostre menti. A una condizione. Essere soggetti autonomi, che hanno rinunciato ai falsi miti e idoli, alla personale onnipotenza, per poter contrattare e negoziare con l’alterità in un clima di rispetto e di empatia. Mettersi nei panni degli altri, unica condizione di possibilità del dialogo. Un’ultima annotazione. Lo stesso fondatore delle religioni cristiane non sembrava incline all’apologia della famiglia biologica. Matteo, 12,48:”Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Poi stendendo le mani verso i suoi discepoli disse: ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre.”

Martedì, 15 maggio, 2007 - 17:10

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