Intervento

Al posto del concorso , la chiamata duretta del ricercatore

di francesco orzi

A volte il concorso è solo una sceneggiata, recitata a fini non nobili

Vorrei sottolineare l'importanza della peer review anche in funzione di un altro problema dell'università italiana, quello dei concorsi. Non so qual è l'opinione dei colleghi a questo tavolo, ma direi subito che sono per l'abolizione dei concorsi universitari, per sostituirli con la "chiamata" diretta, come nel mondo anglosassone. I concorsi sono una procedura mastodontica, basata su valutazioni di titoli ed esami. Le valutazioni sono fatte da una commissione eletta a livello nazionale, con voto segreto. C'è una procedura complicatissima, telematica, con schede, codici segreti ecc. solo per nominare la commissione. E poi i concorsi sono sostanzialmente inutili. Certo garantiscono un livello minimo di "qualità", ma nella maggior parte dei casi questa enorme, costosa e lunga procedura nazionale è solo un'ipocrisia, perché spesso poi, in qualche modo, il prescelto vince comunque. Ma direi, quasi in modo provocatorio, che è meglio così. Perché supponiamo, per esempio, che il prof. Rizzolatti, che fa delle cose eccellenti nel senso letterale della parola e riesce a farle in questo nostro sistema universitario, con queste nostre ristrettezze e problemi, magari aspetta per anni un concorso (perché bisogna aspettare il concorso nazionale, deciso dal ministero) e vorrebbe che finalmente un suo collaboratore fosse premiato con un "posto".
Quel collaboratore ha lavorato per anni con lui, in modo precario. Con quella persona il prof Rizzolatti ha potuto produrre scientificamente in modo così superbo. È un collaboratore che lui stima e vorrebbe dargli una buona posizione, anche perché, altrimenti, quel collaboratore potrebbe non essere più motivato a lavorare così bene. Oppure il Prof Rizzolatti potrebbe ritenere che per andare ancora più avanti nelle sue ricerche ha bisogno di una competenza specifica, di un "cervello" che lavora altrove e vorrebbe acquisirlo, offrendogli una posizione. No, tutto questo non è possibile: il Prof Rizzolatti deve avere l'imposizione di un ricercatore scelto da una commissione nazionale, cioè da altri, senza che lui, in teoria, possa fare alcuna scelta. E questo ricercatore ce l'avrà a vita, non scelto da lui. Allora, quale gruppo imprenditoriale, quale impresa, quale gruppo di lavoro serio si può permettere di non scegliere un collaboratore? Chiaramente così non può funzionare. Allora tutto il sistema accademico ha messo in atto dei meccanismi per difendersi, in qualche modo.
A volte si difende in modo sano e al fine di acquisire la persona funzionale alla produttività del gruppo. A volte, purtroppo, il concorso, con tutte le sue elezioni segrete, buste chiuse, firme e controfirme, lunghissimi verbali è solo una sceneggiata, recitata a fini non nobili. Questa è infatti l'obiezione che viene fatta all'abolizione dei concorsi: la chiamata diretta porterebbe a favorire l'attribuzione dei "posti" all'amante, al nipote, all'amico... Chi sta nel mondo della ricerca vera sa che non è così dove si lavora e si produce scientificamente. Il prof. Rizzolatti, per tornare al nostro esempio, non darebbe mai un posto a uno che non lavora bene, e non perderebbe l'occasione di avere un collaboratore valido. Ma molti altri colleghi, lo sappiamo anche dai giornali, non si comporterebbero nel modo corretto e senza il farraginoso concorso (che bene o male garantisce un minimo di "qualità" nella scelta del candidato) si sentirebbero ancora più liberi di cedere a scelte sconsiderate.
Allora, questo atteggiamento corrotto verrebbe scoraggiato se ci fosse una valutazione, tipo peer review, della produttività del nuovo ricercatore chiamato ed anche una valutazione della facoltà o dipartimento che lo ha chiamato. Potremmo così avere l'abolizione dei concorsi. Potremmo, al posto del concorso, avere la chiamata diretta del ricercatore che rimarrebbe "in prova" per, supponiamo, 3 anni. Alla fine dei 3 anni ci potrebbe essere la valutazione, sulla base della quale si potrà decidere se dare altri 3 anni o assumere definitivamente. La peer review dovrebbe riguardare anche il dipartimento, per decidere se finanziare ancora la ricerca o ridurre i fondi. Se ci fosse una valutazione in questo senso il dipartimento o la facoltà avrebbero tutto l'interesse a prendersi una persona brava. Tutto questo avviene regolarmente in altri paesi, non è poi così difficile. Ovviamente ci sono molti aspetti economici, tecnici e amministrativi da considerare, ed il punto nodale torna ad essere quello dei finanziamenti.

*Professore Ordinario, Dipartimento di Scienze Neurologiche,II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università "La Sapienza", consigliere generale Associazione Coscioni

Mercoledì, 9 aprile, 2008 - 18:14

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