Aborto e Legge 194


Per aborto si intende l’interruzione spontanea o volontaria di una gravidanza. Giuridicamente ed eticamente si discute sull’interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Quest’ultima in Italia è regolata dalla legge 194 del 22 maggio 1978, confermata dal referendum del 1981. Secondo questa legge una gravidanza può essere interrotta nel primo trimestre nel caso in cui la sua prosecuzione possa comportare un pericolo per la salute fisica o psichica della donna; e dopo il primo trimestre solo nei casi di minaccia della vita della donna o di gravi anomalie e malformazioni del nascituro. Prima del 1978, l'interruzione volontaria di gravidanza , in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato (art. 545 e segg. cod. pen., abrogati nel 1978). Ad esempio causare l'aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all'esecutore dell'aborto che alla donna stessa (art. 546). 

Infatti il clima in cui si è vissuto fino agli anni sessanta del XX secolo era quello di una scontata immoralità dell’aborto volontario. Successivamente, con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte di un numero alto di aborti illegali. Radicalmente non è una avverbio usato a caso: è con i radicali che nel nostro Paese si solleva l’onda antiproibizionista.

Nel 1975 avviene l'arresto, per autodenuncia alle autorità di polizia, del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro d'Informazione sulla Sterilizzazione e sull'Aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L'espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d'aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Tuttavia, per adeguare la normativa al cambiamento socio-culturale che stava vivendo il Paese, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, consentiva il ricorso all’IVG per motivi gravi. Nel 1978 arriva la 194 che lascia ancora aperte delle controversie.

Dal punto di vista bioetico, difatti, il dibattito si divide tra i critici e i sostenitori della liceità morale dell’aborto: i primi, fautori del principio di sacralità e indisponibilità della vita umana, sostengono che l’aborto sia un atto contro natura e che si tratti di una uccisione di un essere umano innocente, in quanto l’embrione andrebbe trattato come persona fin dal concepimento. I secondi invece ritengono che l’embrione ed il feto non sono esseri umani a cui di deve rispetto morale e che dunque non l’aborto non rappresenta una azione immorale e illegale, ma sancisce il principio di autonomia della donna.

Ad alimentare le discussioni è arrivata la RU486, ovvero un farmaco a base di mifepristone che consente l’aborto farmacologico.

 

Venerdì, 3 Febbraio, 2012 - 19:35
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